Asselin mette a disposizione gratuitamente il suo libro sulla Monsanto

Il libro cartaceo, pluripremiato, è ormai un oggetto da collezione, oltre che un “must have” per l’altissimo livello qualitativo. La mostra ha girato tutto il mondo. L’autore, Mathieu Asselin, è uno di quei fotografi impegnati e appassionati. Tanto da decidere di mettere a disposizione di tutti, gratuitamente, il pdf del suo libro. Perché questa storia, perché questa indagine, fa parte di quei grandi temi che bisognerebbe conoscere. Tutti.

Nato nel 2011, il progetto Monsanto®: a Photographic Investigation ha visto per cinque anni il fotografo Mathieu Asselin impegnato a documentare gli effetti nocivi, negli Stati Uniti e in Vietnam, di alcuni prodotti della multinazionale americana. Attraverso ritratti, foto di paesaggio, still life e materiali d’archivio (documenti, oggetti, video, testimonianze, articoli…) Asselin ha realizzato un’indagine approfondita a più livelli che ricostruisce in modo obiettivo – e, forse per questo, ancora più drammatico – la storia di Monsanto.

Il volume immerge il lettore nel complesso “sistema” della multinazionale statunitense, e lo fa conducendo l’inchiesta su un doppio binario. Vengono così mostrate le conseguenze delle altissime concentrazioni di policlorobifenili in Alabama, le vittime di terza generazione del defoliante Agent Orange utilizzato durante la Guerra in Vietnam, la pressione esercitata a livello globale sugli agricoltori a favore dell’utilizzo di sementi OGM, ma non solo.

Componente fondamentale del progetto è l’accurata ricostruzione delle strategie di marketing e comunicazione dell’azienda che rivelano, soprattutto grazie ai documenti più lontani nel tempo, una inquietante visione del rapporto natura-scienza. Emerge così che Monsanto® intrattiene “relazioni pericolose” con il governo degli Stati Uniti, soprattutto con la FDA (Food and Drugs Administration).

Mentre la multinazionale è impegnata a diffondere nuovi prodotti e tecnologie, scienziati, ecologisti, istituzioni a tutela dei diritti umani si battono per portare l’attenzione sui danni arrecati da Monsanto® in ambiti quali la salute pubblica, la sicurezza del cibo e la sostenibilità ecologica – questioni che determinano il futuro del pianeta. Muovendosi tra passato e presente, questo libro mostra come potrebbe essere il futuro se lasciato nelle mani di aziende come Monsanto®.

Per informazioni sul progetto: https://www.mathieuasselin.com/monsanto

Per scaricare gratuitamente il libro: https://www.mathieuasselin.com/store/monsanto-a-photographic-investigation-free-download

 

Ami Vitale e la vita segreta dei panda

Un guardiano effettua un controllo sanitario sul cucciolo del panda gigante Xi Mei presso la Riserva naturale di Wolong gestita dal Centro di ricerca e ricerca cinese per il panda gigante nella provincia di Sichuan, Cina, 31 ottobre 2015. (Foto di Ami Vitale)

Travestirsi da panda per poterli fotografare, restando fedeli al proprio mantra professionale ed etico: “vivere la storia”. E’ così che Ami Vitale, ambasciatrice Nikon e fotografa di National Geographic, ha voluto raccontare come il Sichuan sta ripopolando la Cina del suo ambasciatore più famoso: il panda. Grazie a un accesso privilegiato e alla sua tenacia, la Vitale ha seguito e documentato la vita segreta degli orsi del bambù, il loro lungo percorso per tornare in un habitat naturale, sulle montagne della riserva forestale di Li Zi Ping, indossando un costume bianco e nero coperto di urina che le consentisse di avvicinare da “invisibile” i giganteschi animali e i loro cuccioli. E dimostrando quanto anche in un paese dove le cattive notizie ambientali sono all’ordine del giorno si possano trovare storie di speranza.

Il panda YeYe, 16 anni, aspetta nel suo recinto presso la Riserva naturale di Wolong gestita dal China Conservation and Research Center per il panda gigante nella provincia di Sichuan, Cina, 30 ottobre 2015. Il cucciolo di 2 anni di YeYe sta finendo l’addestramento prima di essere lasciato libero. (Foto di Ami Vitale)

Foto di Ami Vitale

D’altro canto l’autrice non è nuova a esperienze totalizzanti: andata in Guinea Bissau per documentare le conseguenze della guerra civile, è rimasta nel paese sei mesi, ha imparato la lingua locale, ha vissuto in capanne, contratto la malaria, lavorato al fianco delle altre donne (anche se ritenuta da loro inutile, visto che priva di marito e figli).

Una madre e il suo cucciolo giocano all’interno di un recinto del Wolong China Conservation & Research Center for the Giant Panda, (CCRCGP), 18 aprile 2015. Il cucciolo viene preparato a essere inserito nella foresta e i custodi dei panda devono indossare costumi da panda coperti da urina di panda in modo che non acquisiscano familiarità con gli umani prima di essere rimandati nella natura. (Foto di Ami Vitale)

Dopo la guerra, le emergenze sociali e umanitarie, le grandi istanze socio economiche, Ami ha deciso di dedicarsi alle tematiche naturali e ambientali, la grande urgenza del terzo millennio. I panda giganti, il loro ripopolamento e la perseveranza degli scienziati cinesi nel volersi opporre al rischio dell’estinzione della specie, resistendo alle lusinghe degli zoo di tutto il mondo e combattendo contro la deforestazione della loro casa (le foreste di bambù), sono solo parte di un suo più grande progetto di documentazione globale: in Kenya ha seguito le organizzazioni che preservano gli ultimi rinoceronti e gli elefanti, in Niger si è occupata delle giraffe. Ed è stata l’autrice del calendario Lavazza 2019 “Good to earth”, dodici storie di una buona interazione fra uomo e natura.

Foto di gruppo per 18 cuccioli nel centro Bifengxia per il panda gigante, nella provincia di Sichuan, Cina, ottobre 2015. (Foto di Ami Vitale)

Per informazioni sull’autrice: www.amivitale.com/

Per informazioni su “Panda Love: The Secret Life of Pandas”: https://www.amivitale.com/2018/01/panda-love-the-secret-lives-of-pandas-a-new-book-from-ami-vitale/

Ami Vitale “vestita” da panda.

Mostre come sequenze ad Arles

Fotografie di Gian Piero Corbellini

Testo di Luca Nizzoli Toetti

 

Terzo dispaccio da Les Rencontres de la Photographie di Arles, il festival di fotografia più importante del mondo, che resterà visitabile nella cittadina francese fino al 22 settembre 2019.

fotografia di Gian Piero Corbellini

Tra mostre ufficiali, mostre autoprodotte, mostre improvvisate, mostre off, mostre off off, affisioni abusive e altre migliaia di fotografie appese ovunque, non è facile distinguere, qui ad Arles, su cosa valga la pena confrontarsi e su cosa no. Il Festival quello ufficiale presenta però un programma con le idee chiare a cui noi ci affidiamo con fiducia, venendo ripagati con la moneta della qualità, quantomai rara.

Diviso in sezioni apparentemente diversissime ma in realtà complementari, che affrontano i temi del vivere e del sopravvivere in molteplici declinazioni visive, il Festival di Arles apre il suo programma cartaceo e online con 5 mostre dedicate al corpo. “Mon corps est une arme” (Il mio corpo è un arma) è il nome della sequenza (così viene definita), composta da 5 esposizioni che si accompagnano a un sottotitolo comune: Esistere, Resistere, Fotografare. Questo primo gruppo dialoga, a nostro avviso in modo perfetto, con la sequenza “Living” ovvero come recita il sottotitolo “Inventario degli spazi domestici”. Perchè se è vero che il corpo è la nostra fisicità, la prova stessa della nostra esistenza, la nostra coscienza che si fa sangue e sudore, piacere e tormento, è anche vero che il guscio in cui tentiamo di proteggere tutto ciò che ci rende vivi è lo spazio che scegliamo, ognuno a sua immagine e somiglianza, come spazio domestico. In questo intreccio fra corpi e spazi, tra vite e vita, emergono nel contesto espositivo, e sono da vedere di sicuro la mostra di Libuše Jarcovjáková, Evokativ, presso la Chiesa di Santa Anna; La Movida, Chronique d’une agitation, 1978-1988 presso il Palais de l’archeveche; “Home sweet home, la maison britannique, une histoire politique” presso la Maison des Peintres a cui strizza l’occhiolino The House, mostra di The anonymous project sempre nello stesso luogo.
Libuše Jarcovjáková scatta con semplicità e lucidità la sua vita nella Cecoslovacchia comunista tra il 1970 e il 1989: strada, notte, sesso, alcol, amore, depressione. Le imperfezioni della vita, quando vengono raccontate con onestà diventano testimonianza storica e il lavoro di Libuše va con naturalezza ad appaiarsi al ben più celebrato reportage di vita vissuta di Nan Goldin. Un bianco e nero talentuoso e ricco di atmosfera che sono l’ideale per immergersi poi nella Movida post-franchista, documentata da 4 fotografi Alberto García-Alix (1956), Ouka Leele (1957), Pablo Pérez-Minguez (1946-2012), Miguel Trillo (1953); che hanno fatto parte e partecipato alla liberazione individuale e collettiva, dopo la dittatura terminata nel 1975 in Spagna, denominata Movida. Come diceva Pérez-Minguez: “Dove tre persone condividono il desiderio di fare qualcosa insieme, c’è una movida”. Concetto che descrive perfettamente ciò che prima, durante la dittatura di Francisco Franco, non si poteva fare: mettersi insieme e condividere, partecipare a momenti di spontaneità, a volte esagerare. L’atmosfera di questa onda culturale e controculturale spagnola è descritta in modo impeccabile sia dall’allestimento che dalle fotografie.

Movida – fotografia di Gian Piero Corbellini

“Home sweet home, la maison britannique, une histoire politique” celebra l’attaccamento degli inglesi alla casa e al concetto di comfort, attraverso il lavoro di 30 fotografi d’oltremanica che in diverse epoche, ognuno con la sua indole, hanno raccontato attraverso la documentazione delle mura domestiche, la cultura, la società, i tic dei britannici. Come sfogliare un catalogo d’autore di case in vendita, corredate spesso da particolari, da ritratti di proprietarie inquilini, da pezzi di vita che si, in effetti, come recitava il titolo di una vecchia mostra di Ray-Jones e Parr: “Only in England”!
Come dicevamo, a strizzare l’occhio a questa esposizione e nella stessa location (come dicono appunto gli inglesi), c’è la mostra “The House”. Nata dalla raccolta di fotografie amatoriali trovate e ritrovate del regista Lee Schulman, animatore di The Anonymous Project, questo allestimento superdivertente ci fa riscoprire una memoria collettiva che sta per scomparire. Diapositive su visori luminosi, lightbox e stampe inserite in un allestimento che riproduce fedelmente l’interno di una casa piccolo borghese del secolo scorso, direi intorno ai ’60: queste immagini senza autore diventano istantaneamente, così come sono state scattate, il diario caleidoscopico di un’era, una società, della nostra vita analogica, oramai quasi dimenticata. La generosa presenza di ventilatori funzionanti all’interno degli spazi espositivi, rende ancora più apprezzabile la visita.

The House

The House – fotografia di Gian Piero Corbellini

The House

The House – fotografia di Gian Piero Corbellini

The House

The House – fotografia di Gian Piero Corbellini

Arriva la sera e la movida arlesiana tenta di decollare, ma forse siamo noi a essere stanchi e ebbri di fotografia, tanto da non volerne più sentir parlare, almeno fino a domani mattina, quando andremo a visitare Temple e Cosmos, i due spazi del Festival dedicati ai libri: il primo nuovo e ufficiale, il secondo storico e informale. 

Vedremo dove riusciremo a usufruire meglio della possibilità di guardare, sfogliare, annusare il luogo sacro in cui fotografi ed editori esprimono il meglio della loro arte: il libro fotografico.

fotografia di Gian Piero Corbellini

Mettici la faccia! – Iniziativa di solidarietà e beneficienza contro il cyberbullismo

Una serata di solidarietà, beneficenza e divertimento: giovedì 20 giugno, a partire dalle 18, il Tongs bar di via Vigevano (Milano) si trasforma in un set fotografico. L’occasione è ludica e generosa al tempo stesso. Si posa – la partecipazione non è obbligatoria – per un ritratto con un professionista del settore, si sceglie il tipo di stampa (carta fotografica normale o fine art, incorniciata in due diverse soluzioni o meno) e l’intero ricavato delle vendite viene devoluto a finanziare un progetto contro il cyberbullismo. Con obiettivi concreti, non donazioni generiche. Da qui lo slogan che è anche il titolo dell’appuntamento: Mettici la faccia.

A organizzare per il terzo anno consecutivo gli amici del liceo di Pancho Mazza, che alla sua scomparsa hanno voluto dedicare una onlus, Panchito’s Way. Destinatario dei proventi sarà la Fondazione Carolina, intitolata a una quattordicenne vittima del branco della rete che si è tolta la vita e che da tempo lavora alla sensibilizzazione di tutti i soggetti coinvolti (non a caso il motto è: Le parole fan più male delle botte).

L’autore delle immagini: Marco Curatolo è un fotografo professionista che vive e lavora a Milano. Con lui verrà allestito al Tongs un set per realizzare ritratti d’autore a tutti quelli che vorranno condividere l’impegno della onlus Panchito’s Way e tornare a casa con una foto da conservare, regalare o condividere. A margine, il fotografo Nanni Fontana, da sempre impegnato in reportage a sfondo sociale e alla documentazione di minoranze (è di pochi mesi fa la sua mostra in Triennale realizzata dopo un lungo lavoro nel carcere di San Vittore) realizzerà delle immagini da “mettere al muro” del Tongs, una piccola installazione per una grande presa di posizione.

 

Per informazioni:
Panchito’s Way – www.panchitosway.com
Fondazione Carolina – http://www.fondazionecarolina.org/

Inaugura ‘Post’, una mostra di Andrea Buzzichelli, Stefano Parrini e Giovanni Presutti

LATO Galleria di Prato inaugura il 25 maggio la mostra POST degli autori Andrea Buzzichelli, Stefano Parrini e Giovanni Presutti. La mostra propone attraverso un intreccio di fotogra e, installazioni, video e pubblicazioni una ricognizione di diverse manifestazioni visuali nel contemporaneo.

«L’odierno panorama storico, almeno nei suoi contesti più occidentali, è indubbiamente legato all’uso stupefacente dell’immagine. L’impiego macroscopico di questa forma espressiva si è esteso oltre i confini noti della catechizzazione, storicamente la religione e quindi la pubblicità e la politica, per coinvolgere la galassia degli individui. L’esplosione di questo fenomeno è recente e non ancora osservato a fondo. La portata endemica di questo cambiamento tuttavia è facile da intendersi poiché agisce potenzialmente attraverso il self service tecnologico sui comportamenti delle singole persone. Un parametro di misura comprensibile lo o rono le stime trimestrali sull’immissione nel mercato dei cosiddetti cellulari intelligenti, che si attestano regolarmente nell’ordine delle centinaia di milioni d’unità.

A questa pervasività del fenomeno si somma la sua vischiosità, ovvero il rischio di provocare dipendenza e disturbi mentali, ben testimoniato dalla crescente letteratura in materia. Di fatto è in corso una mutazione nei termini del nostro rapporto con l’immagine. Sempli cando: se per secoli l’uomo ha costruito da sé le immagini oggi possiamo dire che i modi di produzione si sono invertiti. Sempre più è l’immagine a costruire l’uomo. E non a somiglianza di Dio come vuole l’antico testamento, bensì di uno schiavo ignaro che il suo asservimento è il migliore dei mondi possibili.

Dove avviene tutto ciò? Occorre riconoscere dapprima che a anco all’antica geogra a degli atlanti vi è il dispiegarsi di altre forme di navigazione e di mappatura del globo sempre più intro esse. Questi spazi, immateriali e planetari, sono determinati dalla supremazia dell’immagine appariscente sull’individuo cosciente, ora sempre più esposto a una secessione interiore, tra un volere profondo succube del dovere super ciale. Quelli che si annunciano sono paesaggi irrimediabilmente annichiliti nei quali è occultato ogni desiderio di contrapposizione e forzata quella visione schizoide indispensabile per accettare con distacco le proprie catene.

L’immagine cessa di essere una rappresentazione oggettiva, intesa come specchio di uno stato d’essere e sottinteso desiderio di conservazione della propria cronaca versus il destino inoppugnabile. L’immagine è disossata di una ragione essenziale e vestita d’illusoria emancipazione. Attraverso un pro lo acefalo, il singolo strillone del terzo millennio ha accesso allo spettacolo del divenire senza code all’ingresso, ottenendo i mezzi per dislocare l’essere de-corporizzato in un presente senza ne, in una perenne transitorietà svuotata di futuro, ovvero di possibilità. Siamo nell’orizzonte del “click” come modus operandi, dell’agire fatalmente compulsivo, della schiavitù dell’autocompiacimento, della celebrità come massima aspirazione sociale, della produzione reiterata di massime, aforismi, ricordi insulsi e super ui, della “nienti cazione” dell’umanità che si traduce in un’apatica indi erenza. Se vogliamo trovare il carattere necessario a decifrare il mondo attuale dobbiamo partire da questo stato patologico dei sentimenti che si esprime con volti diversi.

 

Come si sostiene l’Homo Indi erens, la nuova specie umana neutralizzata? È mediante la sostituzione della memoria con un demanio virtuale, provvisorio e a pagamento. Non vi è pertanto spazio tra le nuvole per i miserabili la cui storia sarà cancellata in automatico o resa sempre più frattale, come ha ben illustrato Stefano Parrini nel libro Fail. Nel recinto chiuso del presente obsolescente non vi è margine per l’eco del passato. Il ricordo va devitalizzato o rimosso come un dente fastidioso, come un abito fuori moda, per fare largo a nuovi accumuli di scorie binarie, di byte. È questa la corsa all’oro del futuro che abbatte ogni chance di dissenso critico, poiché il podio è il mezzo più che un ne. Come se non ci fosse un domani.

Tra le righe di questa scrittura distopica resiste ancora un bisogno di “resurrezione” dell’individuo sradicato di prospettiva, che induce talvolta a distanziarsi dalla mondovisione per ragionare sul ruolo del riciclo e della conservazione delle immagini in un’epoca d’ubiquità e di bagni di dopamina. Il lavoro di Andrea Buzzichelli a ronta tale questione.

Altra sfida è la lotta alla desertificazione semantica che priva di carne le parole, rende i vocabolari anoressici e i dialoghi balbuzienti. Il manifesto e Era of Beyond Truth di Giovanni Presutti attesta il dislivello prometeico e l’inadeguatezza della specie umana dinanzi alla presenza simultanea di tutti gli accadimenti del mondo, al usso mostruoso di dati che annientano la capacità di assimilazione e inibiscono la potenza critica di reazione ormai ridotta a smor e e cuoricini. L’importazione di pappe verbali omogeneizzate e di neologismi seducenti, i decenni di cretinismo a reti uni cate elevato a sport nazionale, il dispensare febbrile e diseducativo di volgarità, la carestia pubblica di cultura e la conseguente merci cazione delle arti, dell’editoria e in generale del ruolo intellettuale hanno condotto all’embargo del linguaggio e dei suoi minerali essenziali. Il terreno che nutre l’immaginazione si fa sempre più arido e il numero delle oasi signi canti si riduce drasticamente sotto i colpi di diktat estetici imposti da propaganda e gossip demenziale.

Si moltiplicano così le piantagioni di mono colture visuali nelle quali si fa uso intensivo di fertilizzanti che disinnescano ogni forma di alterità e alimentano un assoggettamento ebete ai canoni della civiltà del consumo e al conseguente carnevale di costumi di massa stagionali. In questo mondo no limits, del presente scon nato e liberalizzato, dei greggi senza pastore che pascolano disorientati attraverso lande desolate di realtà parziali o simulate, della socializzazione passiva, in questo buio panorama la storia va assottigliandosi e con essa quello spazio sacro che è il silenzio.»

Steve Bisson

Luca Bigazzi al Palazzo Ducale di Genova

La Settimanale di fotografia allarga i propri orizzonti. Stasera, venerdì 17 maggio, alle 19, Luca Bigazzi si racconterà nella sala del Munizioniere del Palazzo Ducale di Genova. Già vincitore di un Oscar per il migliore film straniero con “La Grande Bellezza” e sette David di Donatello, Bigazzi è prima di ogni altra cosa un visionario, un esteta, un ricercatore maniacale. Il suo uso della luce è diventato cifra stilistica. Il suo sodalizio con il regista Paolo Sorrentino ha restituito al ruolo del direttore della fotografia un più alto significato.

In questo secondo appuntamento organizzato per la rassegna fotografica si parlerà di grande schermo, di foto, di “luce necessaria” e del ruolo che questo direttore della fotografia svolge in quell’opera d’arte collettiva che lui chiama Cinema. Due ore di viaggio narrato fra arte e ricordi, aneddoti e “dietro le quinte”.

Lʼevento è gratuito fino a esaurimento posti.
Gli incontri de La Settimanale proseguiranno Giovedì 30 maggio con la fotografa Simona Ghizzoni, sempre dalle 19 alle 21, a Palazzo Ducale. Per tutti gli altri eventi legati alla rassegna basta seguire la pagina Facebook “ La Settimanale di fotografia”.

 

Chiude Lens, la piattaforma fotografica del New York Times

di  Chiara Oggioni Tiepolo

La notizia circolava nei corridoi del web e del mondo fotografico da qualche giorno. Da quando, più precisamente, l’autorevole blog “aphotoeditor” (http://aphotoeditor.com/, molto noto fra gli addetti ai lavori) l’aveva anticipata: uno dei portali di fotografia più famosi del mondo ‘Lens‘ pubblicato dal The New York Times, chiuderà alla fine del mese.
Nella serata di ieri, la conferma da parte di Meaghan Looram, direttore della fotografia del celebre quotidiano, divulgata in primis via Facebook da uno degli stessi fondatori del sito, James Estrin.

Certamente Lens è sempre stato legato al fotogiornalismo puro lasciando poco spazio ad altri generi, come forse è normale che sia quando si è ‘targati’ con il nome di una testata fortemente ancorata all’analisi delle news. Tuttavia quel sito rappresenta una sorta di enciclopedia iconografica della nostra storia contemporanea. Guerre, crisi umanitarie, svolte politiche, trucide campagne elettorali, emergenze ecologiche, soprusi, momenti di cambiamento: sono tutti lì.
Allo stesso modo Lens ha costituito una consacrazione per tanti fotografi che, passando per lo storico edificio simbolo di un tipo di informazione indipendente e corretta, si sono visti pubblicare, sostenere e anche consacrare. Perché, anche in ambito fotografico, il NYT rappresenta una garanzia.

Ci si augura dunque che davvero quello che Estrin nel suo post definisce una pausa sia davvero solo un’interruzione momentanea dovuta a una revisione o a un’esigenza di restyling. Si parla continuamente di un mercato editoriale in crisi in senso assoluto e, a maggior ragione, relativamente alla produzione di immagini. Sarebbe un peccato e un fallimento, perdere un altro storico punto fermo.

 

Buchi neri semi seri

di Pietro Vertamy

“Strade? Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade!”
Emmett “Doc” Brown. – Back to the future – 1985.

Prima immagine di un buco nero.
Distanze, dati, valori che fanno tremare i polsi. Anni luce come noccioline.
La stampa mondiale obnubilata dall’eccitazione, copia e incolla, diffonde e sottolinea febbrilmente ‘la fotografia del secolo’.
Alcune considerazioni a caldo sull’immagine in sé vanno fatte, poco poetiche e molto terrestri, ad onorare l’innegabile piacere della pedanteria e l’innegabile gusto per la facile polemica.

The Event Horizon Telescope (EHT) — a planet-scale array of eight ground-based radio telescopes forged through international collaboration — was designed to capture images of a black hole.

Visto che il premio attribuito è in riferimento al lasso temporale del secolo, meno che si abbiano doti di preveggenza, sarebbe quanto meno saggio riferirsi ad un secolo concluso. Non per altro, ma visto il ritmo vertiginoso della scoperta scientifica, come la mettiamo poi con la vicinissima pubblicazione di ectoplasmatici Kurt Cobain, madre Teresa e Che Guevara che se ne bevono un paio al tavolino del peggior bar di Alpha Centauri? È solo questione di tempo…e ciao ciao buco nero, fotografia del secolo!

Ad attribuire il premio all’immagine, poi, sono gli stessi autori, gli scienziati che sono riusciti a catturarla e ai quali siamo grati e riconoscenti riconoscendone ogni strabiliante merito; ma che è un po’ come dire che Albano, una volta scritta “Felicità” avesse spiegato al mondo intero che la canzone perfetta era infine stata scritta. E che sì – ovviamente – l’aveva scritta lui stesso medesimo.

Una considerazione di tipo tecnico va fatta invece sul come, alla fine, non si tratti di una vera e propria fotografia, bensì di una traduzione visuale di dati di estrazione diversa, in prima battuta di onde radio. E questo supera ogni tipo di comprensione, almeno per tutti quei vecchi arnesi ancora legati ad un rassicurante click!

Ma una cosa resta certa: quel misto di rigetto e fascinazione che attanaglia la bocca dello stomaco, una sorta di sgomento procurato dal guardare un’immagine che forse si intuisce più come specchio. Che con una vertigine, alla fine, parla di noi, della scintilla vitale che percepiamo bruciare nell’intimo e che ha a che fare, infine, con il suo spegnersi.

La stessa scienza che oggi ritrae un buco nero, già da un po’ spiega in maniera convincente che altro non siamo che ‘figli delle stelle’, e non in senso cantautorale. Se polvere ritorneremo, sarà polvere cosmica.

L’immagine del buco nero – questo buco nero – è la prova provata che a 55 milioni di anni luce da noi, il paradigma del vivere come lo conosciamo, si inverte.
Una massa di 65 milioni di soli si fa antimateria, sprofonda e collassa. Imbuto rovesciato, maelström spaziale.
Anche la luce si fa antiluce che è un concetto differente da buio. Si tratta del nostro anti, in senso assoluto, il ritratto di quello che forse diventeremo o che vorremmo diventare. La nemesi che ci attrae e ci respinge al contempo, un Mr. Hyde, un Prof. Moriarty che rapisce il visibile oltre un orizzonte degli eventi che sembra a sua volta uscito da un romanzo.

Per questo, che sia o meno del secolo, è un’immagine non semplice, di quelle che obbligano all’introspezione e alla riflessione. Quest’ultima merce sempre più rara per un pianeta che, da qualche anno, ha abdicato in via definitiva la comunicazione verbale a favore di quella visuale, promotrice di semplificazione e superficialità.

In ultima analisi, vengono ancora una volta confermate in maniera strabiliante le teorie sulla relatività ristretta e generale di Albert Einstein ad un secolo di distanza.
Va comunque ricordato alla comunità scientifica come tutto ciò ancora non spieghi ai non addetti ai lavori, perché Marty McFly si dissolva lentamente al posto di sparire di colpo (puf!) nei vari capitoli di Ritorno al futuro.
Confidando in una risposta, ci mettiamo in ascolto per altre immagini piovute dal cielo.

Ferragni, scansati!

di Chiara Oggioni Tiepolo

Poco tempo fa un amico fotografo, già vincitore di un paio di World Press Photo, mi confidò fra il divertito e il rammaricato che il post su Instagram che aveva riscosso il maggior successo era la foto di uno dei suoi gatti. Lui, così attento alla composizione dell’immagine, così studioso del colore, così impegnato nelle tematiche, così denso di contenuti, così sensibile nei confronti di grandi e piccole istanze, si è visto celebrare dalla rete per il ritratto di un felino. Caso isolato? Macché, sul gradimento direttamente proporzionale al numero di animaletti postati ci si potrebbe costruire un teorema matematico. Nessuno sfugge.

Princess Cheeto

Né è certamente un mistero che a “tirare” sulle grandi testate (nazionali e non) online siano soprattutto le famigerate gallery di gattini. Sequenze zuccherose di immagini che ci fanno emettere versetti poco edificanti e dimenticare che il mondo fa schifo. Su Facebook, fra le innumerevoli, spopola la pagina “Canini&Gattini”, i cui iscritti sono costretti a esprimersi cambiando la desinenza di tutte le parole in –ini, pena l’esclusione dal gruppo non priva di pubblico ludibrio (spesso addirittura di insulti).

Coby the cat

Poteva forse Instagram, il social fotografico per eccellenza, fare eccezione? Poteva mancare un esercito di pellicciose bestiole a minare l’impero di fashion blogger e maggiorate? Eccoci dunque nell’era del pet influencer (meglio ancora se cat-fluencer) dove gatti, cani, orsetti lavatori e animali di natura varia posano come sapienti modelli in set fotografici appositamente creati per loro.

Nala cat

I numeri parlano da soli del gradimento loro riconosciuto, tanto da trasformare il fenomeno da casalingo e amatoriale a semi se non del tutto professionale. Arrivano così sponsor, inviti, celebrazioni sempre più diffuse e coinvolgimenti in grandi campagne.

La finta campagna Prada con protagonista Grumpy Cat, ritenuta inizialmente verosimile dalla rete

Nell’era dell’autopromozione e della trasformazione del sé in un vero e proprio oggetto di marketing, un intero esercito silente, e probabilmente inconsapevole, si sta facendo strada a larghi passi restituendo ancora una volta una nuova frontiera dell’immagine. Chissà che quanto prima la pet photography non diventi una branca vera e propria dell’arte fotografica….

Navigare un mare di immagini

di Gianmarco Maraviglia

Su Instagram vengono caricate 3600 immagini al secondo, su Tumblr 20.000 al minuto e su Snapchat, il sistema di condivisione che permette di autodistruggere i file dopo poco tempo dalla loro ricezione, 104.000 al minuto.

L’artista olandese Erik Kessels, nella sua istallazione “Photography In Abundance” alla Foam Gallery di Amsterdam, ha stampato tutte le foto postate in un solo giorno su Flickr, oltre un milione.

Il risultato è uno spiazzante viaggio attraverso vite lontane di cui riusciamo solo a percepire frammenti effimeri che vivono il breve tempo prima del post successivo.

Se la fotografia è memoria, cosa è destinato a rimanere nell’immaginario comune dell’era dello sharing? Per questo la permanenza è un tema fondamentale per capire il valore di un’immagine.

Questo vale sia per tutte le immagini del nostro privato e vissuto familiare che riescono, quasi magicamente a emozionarci, che, ancor più, per quello che coinvolge la nostra memoria storica e il racconto della nostra epoca.

Fissare nella storia visiva una traccia del nostro passaggio è importante per rivendicare la nostra identità. Per non essere dimenticati.

Ci sono foto diventate icone e simbolo di un periodo o di un evento, come i celebri esempi della foto dello sbarco ad Omaha Beach di Robert Capa, della bambina vietnamita bruciata dal napalm di Nick Ut, dell’esecuzione di Nguyen Van Lem di Eddie Adams e il ritratto di Arthur Sasse di Einstein.

In un’epoca in cui si producono e condividono così tante immagini, cosa ha la forza di radicarsi nella memoria collettiva e diventare simbolo?

Officine Fotografiche proverà a guardare al futuro per mostrare oggi come saremo percepiti. Attraverso il racconto di mostre, libri, progetti e grazie allo sguardo di fotografi che stanno raccontando il contemporaneo con immagini che potranno diventare icone future.