Luca Bigazzi al Palazzo Ducale di Genova

La Settimanale di fotografia allarga i propri orizzonti. Stasera, venerdì 17 maggio, alle 19, Luca Bigazzi si racconterà nella sala del Munizioniere del Palazzo Ducale di Genova. Già vincitore di un Oscar per il migliore film straniero con “La Grande Bellezza” e sette David di Donatello, Bigazzi è prima di ogni altra cosa un visionario, un esteta, un ricercatore maniacale. Il suo uso della luce è diventato cifra stilistica. Il suo sodalizio con il regista Paolo Sorrentino ha restituito al ruolo del direttore della fotografia un più alto significato.

In questo secondo appuntamento organizzato per la rassegna fotografica si parlerà di grande schermo, di foto, di “luce necessaria” e del ruolo che questo direttore della fotografia svolge in quell’opera d’arte collettiva che lui chiama Cinema. Due ore di viaggio narrato fra arte e ricordi, aneddoti e “dietro le quinte”.

Lʼevento è gratuito fino a esaurimento posti.
Gli incontri de La Settimanale proseguiranno Giovedì 30 maggio con la fotografa Simona Ghizzoni, sempre dalle 19 alle 21, a Palazzo Ducale. Per tutti gli altri eventi legati alla rassegna basta seguire la pagina Facebook “ La Settimanale di fotografia”.

 

Chiude Lens, la piattaforma fotografica del New York Times

di  Chiara Oggioni Tiepolo

La notizia circolava nei corridoi del web e del mondo fotografico da qualche giorno. Da quando, più precisamente, l’autorevole blog “aphotoeditor” (http://aphotoeditor.com/, molto noto fra gli addetti ai lavori) l’aveva anticipata: uno dei portali di fotografia più famosi del mondo ‘Lens‘ pubblicato dal The New York Times, chiuderà alla fine del mese.
Nella serata di ieri, la conferma da parte di Meaghan Looram, direttore della fotografia del celebre quotidiano, divulgata in primis via Facebook da uno degli stessi fondatori del sito, James Estrin.

Certamente Lens è sempre stato legato al fotogiornalismo puro lasciando poco spazio ad altri generi, come forse è normale che sia quando si è ‘targati’ con il nome di una testata fortemente ancorata all’analisi delle news. Tuttavia quel sito rappresenta una sorta di enciclopedia iconografica della nostra storia contemporanea. Guerre, crisi umanitarie, svolte politiche, trucide campagne elettorali, emergenze ecologiche, soprusi, momenti di cambiamento: sono tutti lì.
Allo stesso modo Lens ha costituito una consacrazione per tanti fotografi che, passando per lo storico edificio simbolo di un tipo di informazione indipendente e corretta, si sono visti pubblicare, sostenere e anche consacrare. Perché, anche in ambito fotografico, il NYT rappresenta una garanzia.

Ci si augura dunque che davvero quello che Estrin nel suo post definisce una pausa sia davvero solo un’interruzione momentanea dovuta a una revisione o a un’esigenza di restyling. Si parla continuamente di un mercato editoriale in crisi in senso assoluto e, a maggior ragione, relativamente alla produzione di immagini. Sarebbe un peccato e un fallimento, perdere un altro storico punto fermo.

 

Buchi neri semi seri

di Pietro Vertamy

“Strade? Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade!”
Emmett “Doc” Brown. – Back to the future – 1985.

Prima immagine di un buco nero.
Distanze, dati, valori che fanno tremare i polsi. Anni luce come noccioline.
La stampa mondiale obnubilata dall’eccitazione, copia e incolla, diffonde e sottolinea febbrilmente ‘la fotografia del secolo’.
Alcune considerazioni a caldo sull’immagine in sé vanno fatte, poco poetiche e molto terrestri, ad onorare l’innegabile piacere della pedanteria e l’innegabile gusto per la facile polemica.

The Event Horizon Telescope (EHT) — a planet-scale array of eight ground-based radio telescopes forged through international collaboration — was designed to capture images of a black hole.

Visto che il premio attribuito è in riferimento al lasso temporale del secolo, meno che si abbiano doti di preveggenza, sarebbe quanto meno saggio riferirsi ad un secolo concluso. Non per altro, ma visto il ritmo vertiginoso della scoperta scientifica, come la mettiamo poi con la vicinissima pubblicazione di ectoplasmatici Kurt Cobain, madre Teresa e Che Guevara che se ne bevono un paio al tavolino del peggior bar di Alpha Centauri? È solo questione di tempo…e ciao ciao buco nero, fotografia del secolo!

Ad attribuire il premio all’immagine, poi, sono gli stessi autori, gli scienziati che sono riusciti a catturarla e ai quali siamo grati e riconoscenti riconoscendone ogni strabiliante merito; ma che è un po’ come dire che Albano, una volta scritta “Felicità” avesse spiegato al mondo intero che la canzone perfetta era infine stata scritta. E che sì – ovviamente – l’aveva scritta lui stesso medesimo.

Una considerazione di tipo tecnico va fatta invece sul come, alla fine, non si tratti di una vera e propria fotografia, bensì di una traduzione visuale di dati di estrazione diversa, in prima battuta di onde radio. E questo supera ogni tipo di comprensione, almeno per tutti quei vecchi arnesi ancora legati ad un rassicurante click!

Ma una cosa resta certa: quel misto di rigetto e fascinazione che attanaglia la bocca dello stomaco, una sorta di sgomento procurato dal guardare un’immagine che forse si intuisce più come specchio. Che con una vertigine, alla fine, parla di noi, della scintilla vitale che percepiamo bruciare nell’intimo e che ha a che fare, infine, con il suo spegnersi.

La stessa scienza che oggi ritrae un buco nero, già da un po’ spiega in maniera convincente che altro non siamo che ‘figli delle stelle’, e non in senso cantautorale. Se polvere ritorneremo, sarà polvere cosmica.

L’immagine del buco nero – questo buco nero – è la prova provata che a 55 milioni di anni luce da noi, il paradigma del vivere come lo conosciamo, si inverte.
Una massa di 65 milioni di soli si fa antimateria, sprofonda e collassa. Imbuto rovesciato, maelström spaziale.
Anche la luce si fa antiluce che è un concetto differente da buio. Si tratta del nostro anti, in senso assoluto, il ritratto di quello che forse diventeremo o che vorremmo diventare. La nemesi che ci attrae e ci respinge al contempo, un Mr. Hyde, un Prof. Moriarty che rapisce il visibile oltre un orizzonte degli eventi che sembra a sua volta uscito da un romanzo.

Per questo, che sia o meno del secolo, è un’immagine non semplice, di quelle che obbligano all’introspezione e alla riflessione. Quest’ultima merce sempre più rara per un pianeta che, da qualche anno, ha abdicato in via definitiva la comunicazione verbale a favore di quella visuale, promotrice di semplificazione e superficialità.

In ultima analisi, vengono ancora una volta confermate in maniera strabiliante le teorie sulla relatività ristretta e generale di Albert Einstein ad un secolo di distanza.
Va comunque ricordato alla comunità scientifica come tutto ciò ancora non spieghi ai non addetti ai lavori, perché Marty McFly si dissolva lentamente al posto di sparire di colpo (puf!) nei vari capitoli di Ritorno al futuro.
Confidando in una risposta, ci mettiamo in ascolto per altre immagini piovute dal cielo.

Ferragni, scansati!

di Chiara Oggioni Tiepolo

Poco tempo fa un amico fotografo, già vincitore di un paio di World Press Photo, mi confidò fra il divertito e il rammaricato che il post su Instagram che aveva riscosso il maggior successo era la foto di uno dei suoi gatti. Lui, così attento alla composizione dell’immagine, così studioso del colore, così impegnato nelle tematiche, così denso di contenuti, così sensibile nei confronti di grandi e piccole istanze, si è visto celebrare dalla rete per il ritratto di un felino. Caso isolato? Macché, sul gradimento direttamente proporzionale al numero di animaletti postati ci si potrebbe costruire un teorema matematico. Nessuno sfugge.

Princess Cheeto

Né è certamente un mistero che a “tirare” sulle grandi testate (nazionali e non) online siano soprattutto le famigerate gallery di gattini. Sequenze zuccherose di immagini che ci fanno emettere versetti poco edificanti e dimenticare che il mondo fa schifo. Su Facebook, fra le innumerevoli, spopola la pagina “Canini&Gattini”, i cui iscritti sono costretti a esprimersi cambiando la desinenza di tutte le parole in –ini, pena l’esclusione dal gruppo non priva di pubblico ludibrio (spesso addirittura di insulti).

Coby the cat

Poteva forse Instagram, il social fotografico per eccellenza, fare eccezione? Poteva mancare un esercito di pellicciose bestiole a minare l’impero di fashion blogger e maggiorate? Eccoci dunque nell’era del pet influencer (meglio ancora se cat-fluencer) dove gatti, cani, orsetti lavatori e animali di natura varia posano come sapienti modelli in set fotografici appositamente creati per loro.

Nala cat

I numeri parlano da soli del gradimento loro riconosciuto, tanto da trasformare il fenomeno da casalingo e amatoriale a semi se non del tutto professionale. Arrivano così sponsor, inviti, celebrazioni sempre più diffuse e coinvolgimenti in grandi campagne.

La finta campagna Prada con protagonista Grumpy Cat, ritenuta inizialmente verosimile dalla rete

Nell’era dell’autopromozione e della trasformazione del sé in un vero e proprio oggetto di marketing, un intero esercito silente, e probabilmente inconsapevole, si sta facendo strada a larghi passi restituendo ancora una volta una nuova frontiera dell’immagine. Chissà che quanto prima la pet photography non diventi una branca vera e propria dell’arte fotografica….

Navigare un mare di immagini

di Gianmarco Maraviglia

Su Instagram vengono caricate 3600 immagini al secondo, su Tumblr 20.000 al minuto e su Snapchat, il sistema di condivisione che permette di autodistruggere i file dopo poco tempo dalla loro ricezione, 104.000 al minuto.

L’artista olandese Erik Kessels, nella sua istallazione “Photography In Abundance” alla Foam Gallery di Amsterdam, ha stampato tutte le foto postate in un solo giorno su Flickr, oltre un milione.

Il risultato è uno spiazzante viaggio attraverso vite lontane di cui riusciamo solo a percepire frammenti effimeri che vivono il breve tempo prima del post successivo.

Se la fotografia è memoria, cosa è destinato a rimanere nell’immaginario comune dell’era dello sharing? Per questo la permanenza è un tema fondamentale per capire il valore di un’immagine.

Questo vale sia per tutte le immagini del nostro privato e vissuto familiare che riescono, quasi magicamente a emozionarci, che, ancor più, per quello che coinvolge la nostra memoria storica e il racconto della nostra epoca.

Fissare nella storia visiva una traccia del nostro passaggio è importante per rivendicare la nostra identità. Per non essere dimenticati.

Ci sono foto diventate icone e simbolo di un periodo o di un evento, come i celebri esempi della foto dello sbarco ad Omaha Beach di Robert Capa, della bambina vietnamita bruciata dal napalm di Nick Ut, dell’esecuzione di Nguyen Van Lem di Eddie Adams e il ritratto di Arthur Sasse di Einstein.

In un’epoca in cui si producono e condividono così tante immagini, cosa ha la forza di radicarsi nella memoria collettiva e diventare simbolo?

Officine Fotografiche proverà a guardare al futuro per mostrare oggi come saremo percepiti. Attraverso il racconto di mostre, libri, progetti e grazie allo sguardo di fotografi che stanno raccontando il contemporaneo con immagini che potranno diventare icone future.