A Lodi dal 5 al 27 ottobre riparte il Festival della Fotografia Etica

Dal 5 al 27 ottobre riparte il Festival della Fotografia Etica di Lodi, giunto quest’anno alla X edizione

Un obiettivo molto semplice: “creare un circuito virtuoso in grado di permettere alla fotografia di arrivare al pubblico e porre delle domande alle coscienze”.

E’ stata proprio questa volontà di raccontare attraverso le immagini cosa succede oggi nel mondo a rendere il FFE un punto di riferimento all’interno del panorama europeo dei festival di fotografia. Questa edizione della rassegna internazionale si è data lo scopo di “diffondere sempre più il linguaggio fotografico, e la sensibilità culturale che ne consegue, tra i non addetti ai lavori”, affermano Alberto Prina e Aldo Mendichi che, con il Gruppo Fotografico Progetto Immagine, organizzano la manifestazione. 

Il successo e la partecipazione sempre crescenti del festival confermano la fotografia come linguaggio principe della nostra epoca che raggiunge velocemente la sensibilità di chi la fruisce, accendendo la riflessione e la discussione. La scelta è proprio quella di raccontare il mondo con delle immagini che possano parlare ad un pubblico vasto, attraverso lo sguardo di fotografi pluripremiati a livello internazionale. A volte questo sguardo può essere crudo e privo di filtri, altre può essere mediato da una poetica visiva che smussa gli angoli della realtà per restituire un’idea di speranza e condivisione.

L’alto livello è confermato quest’anno dal numero e dalla qualità raggiunte delle opere concorrenti al World Report Award 2019 : ben oltre 600 le candidature arrivate per questa edizione da fotografi di 44 nazionalità differenti, in rappresentanza di tutti cinque i continenti. 

La Giuria composta da Alberto Prina – Festival della Fotografia Etica, Aldo Mendichi – Festival della Fotografia Etica, Rick Shaw – Ex-Direttore del POY, Pierre Fernandez – Multimedia Content Manager per AFP, Jon Jones – Responsabile della Fotografia presso Tortoise Media, è giunta dopo la selezione e la valutazione dei lavori a comunicare i vincitori delle 7 categorie che compongono World Report Award: per la sezione MASTER, Darcy Padilla con il reportage Dreamers; per la sezione SPOTLIGHT, Senthil Kumaran Rajendran con il reportage Boundaries: Human and Tiger Conflict; per la terza sezione SHORT STORY, il tedesco Emile Ducke con il reportage Diagnosis; per la sezione STUDENT, il giovane tedesco Arne Piepke con il reportage Faith, Custom and Homeland; per la categoria SINGLE SHOT la vincitrice è Giulia Frigieri con la foto intitolata Surfing Iran; ed infine la sezione NO PROFIT premierà gli enti no profit EMERGENCY con il reportage Zakhem-Ferite, La guerra a casa, Médecins du Monde Foundation con il reportage Unwanted Pregnancies among Adolescent Girls in Ivory Coast e Positive Change Can Happen con il reportage Living on a Dollar a Day: The Lives and Faces of the World’s Poor.

Un’edizione forte, che oltre per la qualità delle mostre si connoterà per il livello degli incontri, visite guidate con i fotografi, letture portfolio, presentazioni di libri e per le attività educative destinate agli studenti delle scuole medie e superiori. 

Quattro settimane densissime di proposte, di grande fotografia e soprattutto di straordinaria umanità. A Lodi, dal 5 al 27 ottobre. 

Info: www.festivaldellafotografiaetica.it 

Tommaso Protti ha vinto la X edizione del Carmignac Photojournalism Award

Il Carmignac Photojournalism Award, giunto quest’anno alla decima edizione e ​​dedicato all’Amazzonia e alle questioni relative alla deforestazione, è stato assegnato a Tommaso Protti.

Il vincitore è stato annunciato lo scorso 4 settembre a Visa Pour l’Image.

Araribóia, Brasile. Un membro della guardia forestale Guajajara in un momento di tristezza alla vista di un albero abbattuto abbattuto da sospetti disboscatori illegali nella riserva indigena dell’Araribóia nello stato di Maranhão.
© Tommaso Protti per Fondation Carmignac

Da gennaio a luglio 2019, il fotoreporter Tommaso Protti, accompagnato dal giornalista britannico Sam Cowie, ha viaggiato attraverso l’Amazzonia brasiliana. Dalla regione orientale del Maranhão, alla regione occidentale della Rondônia, attraverso gli stati di Pará e Amazonas, hanno interpretato la vita nell’Amazzonia brasiliana moderna, dove le crisi sociali e umanitarie si sovrappongono alla distruzione continua della foresta pluviale.

“Volevo illustrare le trasformazioni sociali, concentrandomi sulla verità velata dello spargimento di sangue e della distruzione che stanno attualmente avvenendo nella regione. Queste diverse forme di violenza sono le conseguenze dei cambiamenti nel mercato globale, nonché dell’aumento esponenziale del consumo globale, dalla cocaina alla carne bovina.  Gli scienziati affermano che la foresta sta raggiungendo un punto di non ritorno a causa della deforestazione, alimentata dal disboscamento illegale e a causa dell’accaparramento delle terre, l’espansione agricola, i settori statali e privati ​​hanno guidato progetti di sviluppo ed estrazione di risorse. Ritengo sia importante sensibilizzare su questa situazione e metterla in discussione ” (Tommaso Protti).

Araribóia, Brasile – I membri della guardia forestale Guajajara che pattugliano la riserva indigena Araribóia nello stato di Maranhão hanno picchiato un altro indigeno sospettato di collaborare con taglialegna illegali.
© Tommaso Protti per Fondation Carmignac

 

La decima edizione del Premio Carmignac sarà esposta alla Maison Européenne de la Photographie (MEP) a Parigi, dal 4 dicembre 2019.

Maggiori informazioni :

www.fondationcarmignac.com/en/project/the-amazon/

Grajaú, Brasile. Un’area disboscata nello stato meridionale di Maranhao vista dall’elicottero dell’IBAMA, l’agenzia nazionale ambiente del Brasile.
© Tommaso Protti per Fondation Carmignac

 

L’XI edizione del premio sarà dedicata alla Repubblica Democratica del Congo. C’è tempo per candidarsi fino al 16 ottobre 2019. 

Qui tutte le info: 

www.fondationcarmignac.com/en/project/democratic-republic-of-congo/

WILDLIFE PHOTOGRAPHER OF THE YEAR 2019 – La fotografia naturalistica in mostra a Milano

Dal 4 ottobre al 22 dicembre presso la Fondazione Luciana Matalon, saranno presentate le 100 fotografie premiate alla 54° edizione del concorso fotografico organizzato dal Natural History Museum di Londra.

 

 

Una competizione a cui hanno partecipato fotografi professionisti e non di 95 paesi diversi, per un totale di 45.000 scatti in gara, selezionati per creatività, valore artistico e capacità tecnica da una giuria internazionale di specialisti.

In mostra le foto finaliste e vincitrici delle 17 categorie del premio: i due massimi riconoscimenti Wildlife Photographer of the Year 2018 e Young Wildlife Photographer of the Year 2018, per poi proseguire il percorso espositivo con Anfibi e rettili, UccelliInvertebrati, Mammiferi, Animali nel loro ambiente, Piante e funghi, Ambienti della terra, SubacqueeNatura urbana, Ritratti animali, Bianco e nero, Visioni creative, Portfolio, Giovani (fotografi da 10 anni a 17 anni).
Altre sezioni importanti sono quelle Documentarie con le categorie: Wildlife Photojournalism Award: Single Image e Wildlife Photojournalist Award: Photo Story.

 

 

L’olandese Marsel van Oosten ha vinto il titolo Wildlife Photographer of the Year 2018 per lo scatto The Golden Couple (categoria Animal Portraits), che raffigura due scimmie dal naso dorato nella foresta temperata delle montagne cinesi di Qinling, l’unico habitat per queste specie a rischio di estinzione.

 

 

Invece il sedicenne Skye Meaker ha ricevuto il premio Young Wildlife Photographer of the Year 2018 con il suo scatto Lounging Leopard, un leopardo che si sveglia dal sonno nella Mashatu Game Reserve, nel Botswana.

Un percorso espositivo suggestivo in cui si potranno incontrare animali rari nel loro habitat, passando da un remoto angolo del deserto, agli abissi del mare o al verde della giungla; un’incredibile esperienza visiva che offre scorci inediti e  punti di vista emozionanti, che spingono lo sguardo verso un ambiente da salvaguardare e da preservare nella sua varietà.

Wildlife Photographer of the Year
4 ottobre – 22 dicembre 2018
Fondazione Luciana Matalon
Foro Buonaparte 67 – 20121 Milano

ORARI
Tutti i giorni e festivi h 10 – 19 / Venerdì h 10 – 22 / Chiuso Lunedì

 

LIFE FRAMER – Celebrating Creative Photography

E’ alla 5° edizione il premio fotografico Life Framer, l’unica competizione fotografica che dura tutto l’anno, sempre alla ricerca dei migliori lavori fotografici sia amatoriali che professionali.

Ad ogni edizione vengono lanciate 12 call mensili, ognuna con un suo tema e un suo supervisore fotografo o professionista del settore. La giuria d’eccezione di 12 membri, infatti, non comprende solo fotografi di fama internazionale, ma anche curatori, direttori di agenzie ed editori tra i quali Steve McCurry, Martin Parr, Emma Lewis e l’italiano Stefano de Luigi.

Ogni mese i fotografi vincitori ricevono un feedback sul proprio lavoro, diffusione on line e un premio di 2000 dollari. Inoltre, alla fine di ogni edizione, i vincitori delle varie call hanno l’occasione di esporre i propri lavori in quattro mostre in quattro location d’eccezione: ClampArt Gallery a New York, Officine Fotografiche a Milano, Reminders Photography Stronghold Gallery a Tokyo e presso l’Arles Photo Festival con una selezione speciale degli editori di Life Framer.

Life Framer “World Travelers” 1st prize: Ruslan Hrushchak

Quest’anno l’imperdibile mostra itinerante approderà nella città meneghina il 17 ottobre. Negli spazi di Officine Fotografiche saranno esposti i 24 vincitori dei 12 temi di quest’edizione, ognuno dei quali consapevolmente astratto per stimolare la creatività e dare quella libertà che rendono quest’esibizione così stimolante, multiforme e significativa.

Ma Life Framer non è solo una competizione, Life Framer è anche una community indipendente che promuove e supporta le culture creative on e off line. Gli editori celebrano le loro serie preferite che giungono dai membri della community, pubblicando interviste e raccontando i dietro le quinte degli scatti presentati. Ognuno può contribuire alla crescita di questo network creativo condividendo i proprio lavori nella sezione “my LF” della piattaforma on line.

Per informazioni: https://www.life-framer.com/

 

Asselin mette a disposizione gratuitamente il suo libro sulla Monsanto

Il libro cartaceo, pluripremiato, è ormai un oggetto da collezione, oltre che un “must have” per l’altissimo livello qualitativo. La mostra ha girato tutto il mondo. L’autore, Mathieu Asselin, è uno di quei fotografi impegnati e appassionati. Tanto da decidere di mettere a disposizione di tutti, gratuitamente, il pdf del suo libro. Perché questa storia, perché questa indagine, fa parte di quei grandi temi che bisognerebbe conoscere. Tutti.

Nato nel 2011, il progetto Monsanto®: a Photographic Investigation ha visto per cinque anni il fotografo Mathieu Asselin impegnato a documentare gli effetti nocivi, negli Stati Uniti e in Vietnam, di alcuni prodotti della multinazionale americana. Attraverso ritratti, foto di paesaggio, still life e materiali d’archivio (documenti, oggetti, video, testimonianze, articoli…) Asselin ha realizzato un’indagine approfondita a più livelli che ricostruisce in modo obiettivo – e, forse per questo, ancora più drammatico – la storia di Monsanto.

Il volume immerge il lettore nel complesso “sistema” della multinazionale statunitense, e lo fa conducendo l’inchiesta su un doppio binario. Vengono così mostrate le conseguenze delle altissime concentrazioni di policlorobifenili in Alabama, le vittime di terza generazione del defoliante Agent Orange utilizzato durante la Guerra in Vietnam, la pressione esercitata a livello globale sugli agricoltori a favore dell’utilizzo di sementi OGM, ma non solo.

Componente fondamentale del progetto è l’accurata ricostruzione delle strategie di marketing e comunicazione dell’azienda che rivelano, soprattutto grazie ai documenti più lontani nel tempo, una inquietante visione del rapporto natura-scienza. Emerge così che Monsanto® intrattiene “relazioni pericolose” con il governo degli Stati Uniti, soprattutto con la FDA (Food and Drugs Administration).

Mentre la multinazionale è impegnata a diffondere nuovi prodotti e tecnologie, scienziati, ecologisti, istituzioni a tutela dei diritti umani si battono per portare l’attenzione sui danni arrecati da Monsanto® in ambiti quali la salute pubblica, la sicurezza del cibo e la sostenibilità ecologica – questioni che determinano il futuro del pianeta. Muovendosi tra passato e presente, questo libro mostra come potrebbe essere il futuro se lasciato nelle mani di aziende come Monsanto®.

Per informazioni sul progetto: https://www.mathieuasselin.com/monsanto

Per scaricare gratuitamente il libro: https://www.mathieuasselin.com/store/monsanto-a-photographic-investigation-free-download

 

Ami Vitale e la vita segreta dei panda

Un guardiano effettua un controllo sanitario sul cucciolo del panda gigante Xi Mei presso la Riserva naturale di Wolong gestita dal Centro di ricerca e ricerca cinese per il panda gigante nella provincia di Sichuan, Cina, 31 ottobre 2015. (Foto di Ami Vitale)

Travestirsi da panda per poterli fotografare, restando fedeli al proprio mantra professionale ed etico: “vivere la storia”. E’ così che Ami Vitale, ambasciatrice Nikon e fotografa di National Geographic, ha voluto raccontare come il Sichuan sta ripopolando la Cina del suo ambasciatore più famoso: il panda. Grazie a un accesso privilegiato e alla sua tenacia, la Vitale ha seguito e documentato la vita segreta degli orsi del bambù, il loro lungo percorso per tornare in un habitat naturale, sulle montagne della riserva forestale di Li Zi Ping, indossando un costume bianco e nero coperto di urina che le consentisse di avvicinare da “invisibile” i giganteschi animali e i loro cuccioli. E dimostrando quanto anche in un paese dove le cattive notizie ambientali sono all’ordine del giorno si possano trovare storie di speranza.

Il panda YeYe, 16 anni, aspetta nel suo recinto presso la Riserva naturale di Wolong gestita dal China Conservation and Research Center per il panda gigante nella provincia di Sichuan, Cina, 30 ottobre 2015. Il cucciolo di 2 anni di YeYe sta finendo l’addestramento prima di essere lasciato libero. (Foto di Ami Vitale)

Foto di Ami Vitale

D’altro canto l’autrice non è nuova a esperienze totalizzanti: andata in Guinea Bissau per documentare le conseguenze della guerra civile, è rimasta nel paese sei mesi, ha imparato la lingua locale, ha vissuto in capanne, contratto la malaria, lavorato al fianco delle altre donne (anche se ritenuta da loro inutile, visto che priva di marito e figli).

Una madre e il suo cucciolo giocano all’interno di un recinto del Wolong China Conservation & Research Center for the Giant Panda, (CCRCGP), 18 aprile 2015. Il cucciolo viene preparato a essere inserito nella foresta e i custodi dei panda devono indossare costumi da panda coperti da urina di panda in modo che non acquisiscano familiarità con gli umani prima di essere rimandati nella natura. (Foto di Ami Vitale)

Dopo la guerra, le emergenze sociali e umanitarie, le grandi istanze socio economiche, Ami ha deciso di dedicarsi alle tematiche naturali e ambientali, la grande urgenza del terzo millennio. I panda giganti, il loro ripopolamento e la perseveranza degli scienziati cinesi nel volersi opporre al rischio dell’estinzione della specie, resistendo alle lusinghe degli zoo di tutto il mondo e combattendo contro la deforestazione della loro casa (le foreste di bambù), sono solo parte di un suo più grande progetto di documentazione globale: in Kenya ha seguito le organizzazioni che preservano gli ultimi rinoceronti e gli elefanti, in Niger si è occupata delle giraffe. Ed è stata l’autrice del calendario Lavazza 2019 “Good to earth”, dodici storie di una buona interazione fra uomo e natura.

Foto di gruppo per 18 cuccioli nel centro Bifengxia per il panda gigante, nella provincia di Sichuan, Cina, ottobre 2015. (Foto di Ami Vitale)

Per informazioni sull’autrice: www.amivitale.com/

Per informazioni su “Panda Love: The Secret Life of Pandas”: https://www.amivitale.com/2018/01/panda-love-the-secret-lives-of-pandas-a-new-book-from-ami-vitale/

Ami Vitale “vestita” da panda.

Mostre come sequenze ad Arles

Fotografie di Gian Piero Corbellini

Testo di Luca Nizzoli Toetti

 

Terzo dispaccio da Les Rencontres de la Photographie di Arles, il festival di fotografia più importante del mondo, che resterà visitabile nella cittadina francese fino al 22 settembre 2019.

fotografia di Gian Piero Corbellini

Tra mostre ufficiali, mostre autoprodotte, mostre improvvisate, mostre off, mostre off off, affisioni abusive e altre migliaia di fotografie appese ovunque, non è facile distinguere, qui ad Arles, su cosa valga la pena confrontarsi e su cosa no. Il Festival quello ufficiale presenta però un programma con le idee chiare a cui noi ci affidiamo con fiducia, venendo ripagati con la moneta della qualità, quantomai rara.

Diviso in sezioni apparentemente diversissime ma in realtà complementari, che affrontano i temi del vivere e del sopravvivere in molteplici declinazioni visive, il Festival di Arles apre il suo programma cartaceo e online con 5 mostre dedicate al corpo. “Mon corps est une arme” (Il mio corpo è un arma) è il nome della sequenza (così viene definita), composta da 5 esposizioni che si accompagnano a un sottotitolo comune: Esistere, Resistere, Fotografare. Questo primo gruppo dialoga, a nostro avviso in modo perfetto, con la sequenza “Living” ovvero come recita il sottotitolo “Inventario degli spazi domestici”. Perchè se è vero che il corpo è la nostra fisicità, la prova stessa della nostra esistenza, la nostra coscienza che si fa sangue e sudore, piacere e tormento, è anche vero che il guscio in cui tentiamo di proteggere tutto ciò che ci rende vivi è lo spazio che scegliamo, ognuno a sua immagine e somiglianza, come spazio domestico. In questo intreccio fra corpi e spazi, tra vite e vita, emergono nel contesto espositivo, e sono da vedere di sicuro la mostra di Libuše Jarcovjáková, Evokativ, presso la Chiesa di Santa Anna; La Movida, Chronique d’une agitation, 1978-1988 presso il Palais de l’archeveche; “Home sweet home, la maison britannique, une histoire politique” presso la Maison des Peintres a cui strizza l’occhiolino The House, mostra di The anonymous project sempre nello stesso luogo.
Libuše Jarcovjáková scatta con semplicità e lucidità la sua vita nella Cecoslovacchia comunista tra il 1970 e il 1989: strada, notte, sesso, alcol, amore, depressione. Le imperfezioni della vita, quando vengono raccontate con onestà diventano testimonianza storica e il lavoro di Libuše va con naturalezza ad appaiarsi al ben più celebrato reportage di vita vissuta di Nan Goldin. Un bianco e nero talentuoso e ricco di atmosfera che sono l’ideale per immergersi poi nella Movida post-franchista, documentata da 4 fotografi Alberto García-Alix (1956), Ouka Leele (1957), Pablo Pérez-Minguez (1946-2012), Miguel Trillo (1953); che hanno fatto parte e partecipato alla liberazione individuale e collettiva, dopo la dittatura terminata nel 1975 in Spagna, denominata Movida. Come diceva Pérez-Minguez: “Dove tre persone condividono il desiderio di fare qualcosa insieme, c’è una movida”. Concetto che descrive perfettamente ciò che prima, durante la dittatura di Francisco Franco, non si poteva fare: mettersi insieme e condividere, partecipare a momenti di spontaneità, a volte esagerare. L’atmosfera di questa onda culturale e controculturale spagnola è descritta in modo impeccabile sia dall’allestimento che dalle fotografie.

Movida – fotografia di Gian Piero Corbellini

“Home sweet home, la maison britannique, une histoire politique” celebra l’attaccamento degli inglesi alla casa e al concetto di comfort, attraverso il lavoro di 30 fotografi d’oltremanica che in diverse epoche, ognuno con la sua indole, hanno raccontato attraverso la documentazione delle mura domestiche, la cultura, la società, i tic dei britannici. Come sfogliare un catalogo d’autore di case in vendita, corredate spesso da particolari, da ritratti di proprietarie inquilini, da pezzi di vita che si, in effetti, come recitava il titolo di una vecchia mostra di Ray-Jones e Parr: “Only in England”!
Come dicevamo, a strizzare l’occhio a questa esposizione e nella stessa location (come dicono appunto gli inglesi), c’è la mostra “The House”. Nata dalla raccolta di fotografie amatoriali trovate e ritrovate del regista Lee Schulman, animatore di The Anonymous Project, questo allestimento superdivertente ci fa riscoprire una memoria collettiva che sta per scomparire. Diapositive su visori luminosi, lightbox e stampe inserite in un allestimento che riproduce fedelmente l’interno di una casa piccolo borghese del secolo scorso, direi intorno ai ’60: queste immagini senza autore diventano istantaneamente, così come sono state scattate, il diario caleidoscopico di un’era, una società, della nostra vita analogica, oramai quasi dimenticata. La generosa presenza di ventilatori funzionanti all’interno degli spazi espositivi, rende ancora più apprezzabile la visita.

The House

The House – fotografia di Gian Piero Corbellini

The House

The House – fotografia di Gian Piero Corbellini

The House

The House – fotografia di Gian Piero Corbellini

Arriva la sera e la movida arlesiana tenta di decollare, ma forse siamo noi a essere stanchi e ebbri di fotografia, tanto da non volerne più sentir parlare, almeno fino a domani mattina, quando andremo a visitare Temple e Cosmos, i due spazi del Festival dedicati ai libri: il primo nuovo e ufficiale, il secondo storico e informale. 

Vedremo dove riusciremo a usufruire meglio della possibilità di guardare, sfogliare, annusare il luogo sacro in cui fotografi ed editori esprimono il meglio della loro arte: il libro fotografico.

fotografia di Gian Piero Corbellini

Un incontro con Andrea Camilleri. E con Robert Capa.

Testo e Fotografie di Luca Nizzoli Toetti
 
 
L’emozione per la morte di Camilleri tocca trasversalmente l’Italia intera.
Un anonimo esordio nel 1978 con “Il corso delle cose” dopo dieci anni di rifiuti; altri due libri, nel 1980 “Un filo di fumo” e nel 1984 “La strage dimenticata” senza nessun clamore. Negli anni 90 il grande successo, grazie all’editore Sellerio che lo invita a continuare a scrivere dopo una sua titubanza iniziale.
Da allora 97 libri pubblicati, 30 milioni di copie vendute e una generosissima quantità di interviste rilasciate. Non sta a me entrare nel dettaglio della sua opera letteraria: non ne ho la capacità critica e nemmeno l’ambizione. Ciò che posso fare, oltre a ricordare l’ammirazione di mia madre non solo per i suoi libri ma anche per la sua saggezza e lucidità nell’analisi delle questioni contemporanee, è ripensare all’incontro che ebbi con il Maestro siciliano nel 2008, nella sua casa romana. Un incontro preparato da Caterina Soffici, giornalista e scrittrice che l’avrebbe intervistato: a me il compito di fotografarlo . Della sua cordialità, della sua intensità sempre sostenuta da ironia e competenza, della sua vanità con cui giocava davanti all’obbiettivo della mia macchina fotografica mi ricordo oggi sfogliando le immagini realizzate in quel caldo luglio romano. 
 

Roma 3 luglio 2008, ANdrea Camilleri nella sua casa studio di Roma. Fotografia di Luca Nizzoli Toetti.

Vedendo queste fotografie mi torna in mente il suo racconto:
Lei che fa il fotografo, ma lo sa che incontrai Robert Capa in Sicilia durante la Campagna d’Italia nel 1943?”
Si alza in piedi e inizia a mimare la scena, a recitarla, come per volergli dare più credibilità:
“Eravamo nella Valle dei Templi, lui fotografava, chiedeva informazioni con un biglietto in mano con su scritto il suo nome vicino ad Agrigento e io, che all’epoca avevo vent’anni, gli diedi le indicazioni senza curarmi troppo di questo tizio vestito da militare senza pistola ma con in mano una piccola macchinetta fotografica.”
La dice così, tutta d’un fiato, poi si ferma per osservare lo stupore sul mio viso.
Silenzio.
Risata.
Sigaretta.
Grazie signor Camilleri.
 

Roma 3 luglio 2008, ANdrea Camilleri nella sua casa studio di Roma. Fotografia di Luca Nizzoli Toetti.

Roma 3 luglio 2008, ANdrea Camilleri nella sua casa studio di Roma. Fotografia di Luca Nizzoli Toetti.

Roma 3 luglio 2008, ANdrea Camilleri nella sua casa studio di Roma. Fotografia di Luca Nizzoli Toetti.

 
 
Robert Capa (celeberrimo fotografo di guerra, trai fondatori della Agenzia Magnum) al seguito delle truppe americane, si fece paracadutare in Sicilia nel 1943. Seguì le operazioni militari degli alleati realizzando un reportage sulla Campagna d’Italia che rimane una delle documentazioni fotografiche più importanti della Seconda Guerra Mondiale.
 

Les Rencontres de la photographie – Les Ateliers

Testo di Luca Nizzoli Toetti – fotografie di Cristiana Conti Borbone

Sotto l’impavido sole Arlesiano non è facile raggiungere il Parco degli Ateliers. Sono solo 500 metri fuori dall’alberata circonvallazione che cinge il centro storico, ma si contano uno per uno, mentre si costeggia la Torre Riflettente di Gehry in costruzione da qualche anno, che sovrasta lo spiazzo impolverato e gli ex edifici industriali che ospitano alcune delle mostre de les Rencontres.
Non appena si entra, sudore polvere e fatica diventano un ricordo lontano: i due padiglioni infatti, Mécanique Générale e Les Forges ospitano due delle mostre più coinvolgenti della rassegna.

 
Negli spazi di Les Forges la mostra ‘Restless Bodies – East German photography 1980-1989’, ci avvicina alle vite nascoste dei fotografi e artisti della Germania dell’Est nel decennio prima della caduta del muro. La libertà interiore di una generazione alle prese con un linguaggio ibrido che affonda le sue radici negli anni ’80 emerge nelle fotografie che raccontano la singolarità delle vite e delle relazioni con e fra i corpi e gli spazi, senza rinnegare la grande tradizione di fotografia documentaria e umanistica propria dei decenni precedenti. Una mostra che ci fa capire la sostanza della vita senza metafore, il ribollire dell’esistenza sotto il coperchio della repressione, la solitudine dell’individuo nel confrontarsi con la collettività.
Il capannone di Mécanique Générale ospita oltre alla totalità dei libri che sono stati inviati per partecipare al prestigioso Prix du Livre, (tra cui spiccano i vincitori delle varie categorie: Libro fotografico d’autore: Stephen Gill, The Pillar; Premio libro storico Hannah Darabi, Enghelab Street – A Revolution Through Books : Iran 1979-1983; Premio libro di foto e testo Vasantha Yogananthan, Dandaka con menzione speciale per Sophie Calle, Parce Que), anche una mostra di libri scelti da Martin Parr ’50 libri per 50 anni’, che il celebre fotografo e collezionista ha estrapolato dalla sua biblioteca per omaggiare i 50 anni del festival.
Nella selezione spicca la totale assenza di libri ed editori italiani, mancanza che vista la qualità della proposta espositiva di Parr non si fa sentire ma che fa pensare: è una scelta ponderata o davvero nessun libro di fotografia italiano, negli ultimi 50 anni, merita di rientrare tra i migliori?
 
 
Ma la nostra attenzione, alla Mécanique Générale, viene rapita da ‘Photo | Brut Collection Bruno Decharme e Compagnie’, una mostra enorme in cui tutto viene ribaltato, esposizione, spettatore, prospettive e intenzioni. Può la “fotografia grezza” essere considerata arte se pur realizzata al di fuori dei circuiti artistici convenzionali, in contesti di solitudine, sofferenza o devianza personale? Questa esposizione non ci offre dubbi sulla risposta, con i suoi 500 pezzi in mostra, collage, disegni, fotografie, installazioni, performance documentate, tutti realizzati da artisti outsider, alle prese con loro stessi, i loro fantasmi e le loro idiosincrasie nei confronti del mondo, piuttosto che con curatori, critici e pubblico esigente. Una mostra incredibilmente riuscita e completa che ci apre gli occhi sulla capacità e la creatività perspicace degli emarginati, dei soli, degli ultimi e della loro lotta per emanciparsi da se stessi. Imperdibile e toccante, questo sguardo incantato e sincero fa riflettere, non solo sulla fotografia o le pratiche ad essa legate. Tantissimi gli autori, tutti da scoprire nel loro modo e nel loro mondo, grazie anche alle didascalie perfette che accompagnano la visita. 
 
 
E adesso via, ritorniamo in città. Non che non ci fossimo già ma i vicoli e le piazzette di Arles con la loro brezza rendono tutto più piacevole e ci permettono di riposare un pochino prima delle prossime visite alle innumerevoli mostre dei Rencontres 2019.

Primo giorno a Les Rencontres de la Photographie

testo e foto di Luca Nizzoli Toetti

 

Sapevamo di essere nel posto giusto, al momento giusto.
Il festival di Arles, Les Rencontres de la Photographie, riesce sempre a sorprenderci.
Intanto, con la gentilezza dei suoi abitanti, la città di Arles, che nel corso degli anni ha accettato la non sempre pacifica invasione di fotografi e affini, dimostra una capacità di accoglienza non comune.
In secondo luogo, ma non meno importante per noi che siamo arrivati qui affamati di fotografia, la qualità della proposta in termini di mostre e contenuti.

La prima mostra da cui viene naturale iniziare la visita, è ospitata ne l’Eglise des Frères Prêcheurs, un’antica chiesa gotica sconsacrata di fianco al cortile dove si ritirano i biglietti per accedere al festival: ‘Datazone’ di Philippe Chancel.
Un’immensa ricerca composta da 14 lavori realizzati in 15 anni sulla condizione del nostro pianeta: crisi ambientali, emergenze climatiche, sviluppo urbanistico folle, realtà distopiche.

Il lavoro di Chancel analizza il nostro mondo con lucidità e saggezza, proponendo 14 diversi corpi di lavoro pensati come soggetti singoli che formano un unico, mastodontico, completo reportage valorizzato dalla scenografica ambientazione della chiesa sconsacrata che ogni anno accoglie una della mostre più importanti dell’intero festival.

Philippe Chancel riesce a declinare la sua ricerca in 14 stili diversi dicendo: “Ho pensato a come rendere in modo diverso ogni lavoro, con stili che sembrano differenti, ma il fotografo è sempre lo stesso, sono io.”
Coinvolgente, intelligente, un lavoro di facile lettura e complessa analisi: una vera lezione di fotografia.