Il Vietnam negli scatti di Simone Sapienza

Charlie Surfs on Lotus Flowers di Simone Sapienza è stato selezionato tra i 20 talenti emergenti under 35 per il Foam Talents 2020, la call lanciata dal Foam di Amsterdam per fare il punto sulla fotografia contemporanea.

L’idea di Charlie Surfs on Lotus Flowers nasce nel 2015 come progetto di laurea quando Simone era studente presso l’ University of South Wales, Newport in Galles.

Duranti gli studi di fotografia, Simone viene colpito dalla storia della guerra in Vietnam, che non aveva affrontato nei programmi scolastici e che conosceva solo attraverso le suggestioni scaturite dal racconto nei film americani. 

Nello stesso periodo, in uno studio di comparazione dei prezzi del Big Mac nei fast food di tutto il mondod (Big Mac Index ) aveva notato come l’economia vietnamita stesse cambiando ed espandendosi velocemente.

Per produrre il lavoro si reca in Vietnam tre volte, tra il 2015 e il 2017 e, mentre il suo progetto di ricerca si sviluppa, lo sottopone ai migliori esperti di fotografia internazionale durante incontri e letture portfolio. 

Proprio da una lettura con Alex Bocchetto, durante FotoLeggendo 2016, prende spunto l’idea di una produzione editoriale, che vedrà la luce nel 2018 con l’uscita del libro omonimo, pubblicato da AKINA

Charlie Surfs on Lotus Flowers racconta l’espansione economica e sociale del Vietnam dei giorni nostri, ma anche la disillusione rispetto l’idea di rivoluzione, in uno stile allegorico e mai esplicito che mescola fiction e realtà. Gli Stati Uniti sconfitti da una delle guerre più drammatiche dell’ultimo secolo risultano infatti vincitori sul lungo periodo, poiché il 95% della popolazione vietnamita dichiara oggi di essere favorevole all’economia capitalista. Il paese è giovanissimo, l’età media è di circa 40 anni, l’economia è in forte espansione, ovunque si percepisce un forte ottimismo e tutti credono nel modello economico liberale, nonostante il Paese sia una delle cinque dittature comuniste rimaste al mondo.  

Anche se non è mai esplicito, lo sguardo di Sapienza, a 50 anni dal nostro boom economico e in piena crisi finanziaria, non può non guardare in maniera disincantata all’entusiasmo dei giovani vietnamiti, forti che l’economia capitalista consentirà loro di vivere una vita agiata e più felice.

Nato nel 1990 e figlio dell’epoca berlusconiana, Simone affronta anche il rapporto tra potere politico e spettacolo, con immagini che alludono allo spettacolo come strumento politico per compiacere e controllare le masse. Imponente è anche la ricerca iconografica che Simone ha compiuto negli archivi storici vietnamiti e che riporta nel suo lavoro, come la fotografia dell’autobus davanti a un cancello, rimando all’immagine del carro armato che si abbatte sull’ingresso del palazzo presidenziale durante la caduta di Saigon.

Charlie Surfs on Lotus Flowers rimane in mostra fino all’11 ottobre presso gli spazi di Officine Fotografiche Milano, Ingresso gratuito. 

Tommaso Protti ha vinto la X edizione del Carmignac Photojournalism Award

Il Carmignac Photojournalism Award, giunto quest’anno alla decima edizione e ​​dedicato all’Amazzonia e alle questioni relative alla deforestazione, è stato assegnato a Tommaso Protti.

Il vincitore è stato annunciato lo scorso 4 settembre a Visa Pour l’Image.

Araribóia, Brasile. Un membro della guardia forestale Guajajara in un momento di tristezza alla vista di un albero abbattuto abbattuto da sospetti disboscatori illegali nella riserva indigena dell’Araribóia nello stato di Maranhão.
© Tommaso Protti per Fondation Carmignac

Da gennaio a luglio 2019, il fotoreporter Tommaso Protti, accompagnato dal giornalista britannico Sam Cowie, ha viaggiato attraverso l’Amazzonia brasiliana. Dalla regione orientale del Maranhão, alla regione occidentale della Rondônia, attraverso gli stati di Pará e Amazonas, hanno interpretato la vita nell’Amazzonia brasiliana moderna, dove le crisi sociali e umanitarie si sovrappongono alla distruzione continua della foresta pluviale.

“Volevo illustrare le trasformazioni sociali, concentrandomi sulla verità velata dello spargimento di sangue e della distruzione che stanno attualmente avvenendo nella regione. Queste diverse forme di violenza sono le conseguenze dei cambiamenti nel mercato globale, nonché dell’aumento esponenziale del consumo globale, dalla cocaina alla carne bovina.  Gli scienziati affermano che la foresta sta raggiungendo un punto di non ritorno a causa della deforestazione, alimentata dal disboscamento illegale e a causa dell’accaparramento delle terre, l’espansione agricola, i settori statali e privati ​​hanno guidato progetti di sviluppo ed estrazione di risorse. Ritengo sia importante sensibilizzare su questa situazione e metterla in discussione ” (Tommaso Protti).

Araribóia, Brasile – I membri della guardia forestale Guajajara che pattugliano la riserva indigena Araribóia nello stato di Maranhão hanno picchiato un altro indigeno sospettato di collaborare con taglialegna illegali.
© Tommaso Protti per Fondation Carmignac

 

La decima edizione del Premio Carmignac sarà esposta alla Maison Européenne de la Photographie (MEP) a Parigi, dal 4 dicembre 2019.

Maggiori informazioni :

www.fondationcarmignac.com/en/project/the-amazon/

Grajaú, Brasile. Un’area disboscata nello stato meridionale di Maranhao vista dall’elicottero dell’IBAMA, l’agenzia nazionale ambiente del Brasile.
© Tommaso Protti per Fondation Carmignac

 

L’XI edizione del premio sarà dedicata alla Repubblica Democratica del Congo. C’è tempo per candidarsi fino al 16 ottobre 2019. 

Qui tutte le info: 

www.fondationcarmignac.com/en/project/democratic-republic-of-congo/

WILDLIFE PHOTOGRAPHER OF THE YEAR 2019 – La fotografia naturalistica in mostra a Milano

Dal 4 ottobre al 22 dicembre presso la Fondazione Luciana Matalon, saranno presentate le 100 fotografie premiate alla 54° edizione del concorso fotografico organizzato dal Natural History Museum di Londra.

 

 

Una competizione a cui hanno partecipato fotografi professionisti e non di 95 paesi diversi, per un totale di 45.000 scatti in gara, selezionati per creatività, valore artistico e capacità tecnica da una giuria internazionale di specialisti.

In mostra le foto finaliste e vincitrici delle 17 categorie del premio: i due massimi riconoscimenti Wildlife Photographer of the Year 2018 e Young Wildlife Photographer of the Year 2018, per poi proseguire il percorso espositivo con Anfibi e rettili, UccelliInvertebrati, Mammiferi, Animali nel loro ambiente, Piante e funghi, Ambienti della terra, SubacqueeNatura urbana, Ritratti animali, Bianco e nero, Visioni creative, Portfolio, Giovani (fotografi da 10 anni a 17 anni).
Altre sezioni importanti sono quelle Documentarie con le categorie: Wildlife Photojournalism Award: Single Image e Wildlife Photojournalist Award: Photo Story.

 

 

L’olandese Marsel van Oosten ha vinto il titolo Wildlife Photographer of the Year 2018 per lo scatto The Golden Couple (categoria Animal Portraits), che raffigura due scimmie dal naso dorato nella foresta temperata delle montagne cinesi di Qinling, l’unico habitat per queste specie a rischio di estinzione.

 

 

Invece il sedicenne Skye Meaker ha ricevuto il premio Young Wildlife Photographer of the Year 2018 con il suo scatto Lounging Leopard, un leopardo che si sveglia dal sonno nella Mashatu Game Reserve, nel Botswana.

Un percorso espositivo suggestivo in cui si potranno incontrare animali rari nel loro habitat, passando da un remoto angolo del deserto, agli abissi del mare o al verde della giungla; un’incredibile esperienza visiva che offre scorci inediti e  punti di vista emozionanti, che spingono lo sguardo verso un ambiente da salvaguardare e da preservare nella sua varietà.

Wildlife Photographer of the Year
4 ottobre – 22 dicembre 2018
Fondazione Luciana Matalon
Foro Buonaparte 67 – 20121 Milano

ORARI
Tutti i giorni e festivi h 10 – 19 / Venerdì h 10 – 22 / Chiuso Lunedì

 

Asselin mette a disposizione gratuitamente il suo libro sulla Monsanto

Il libro cartaceo, pluripremiato, è ormai un oggetto da collezione, oltre che un “must have” per l’altissimo livello qualitativo. La mostra ha girato tutto il mondo. L’autore, Mathieu Asselin, è uno di quei fotografi impegnati e appassionati. Tanto da decidere di mettere a disposizione di tutti, gratuitamente, il pdf del suo libro. Perché questa storia, perché questa indagine, fa parte di quei grandi temi che bisognerebbe conoscere. Tutti.

Nato nel 2011, il progetto Monsanto®: a Photographic Investigation ha visto per cinque anni il fotografo Mathieu Asselin impegnato a documentare gli effetti nocivi, negli Stati Uniti e in Vietnam, di alcuni prodotti della multinazionale americana. Attraverso ritratti, foto di paesaggio, still life e materiali d’archivio (documenti, oggetti, video, testimonianze, articoli…) Asselin ha realizzato un’indagine approfondita a più livelli che ricostruisce in modo obiettivo – e, forse per questo, ancora più drammatico – la storia di Monsanto.

Il volume immerge il lettore nel complesso “sistema” della multinazionale statunitense, e lo fa conducendo l’inchiesta su un doppio binario. Vengono così mostrate le conseguenze delle altissime concentrazioni di policlorobifenili in Alabama, le vittime di terza generazione del defoliante Agent Orange utilizzato durante la Guerra in Vietnam, la pressione esercitata a livello globale sugli agricoltori a favore dell’utilizzo di sementi OGM, ma non solo.

Componente fondamentale del progetto è l’accurata ricostruzione delle strategie di marketing e comunicazione dell’azienda che rivelano, soprattutto grazie ai documenti più lontani nel tempo, una inquietante visione del rapporto natura-scienza. Emerge così che Monsanto® intrattiene “relazioni pericolose” con il governo degli Stati Uniti, soprattutto con la FDA (Food and Drugs Administration).

Mentre la multinazionale è impegnata a diffondere nuovi prodotti e tecnologie, scienziati, ecologisti, istituzioni a tutela dei diritti umani si battono per portare l’attenzione sui danni arrecati da Monsanto® in ambiti quali la salute pubblica, la sicurezza del cibo e la sostenibilità ecologica – questioni che determinano il futuro del pianeta. Muovendosi tra passato e presente, questo libro mostra come potrebbe essere il futuro se lasciato nelle mani di aziende come Monsanto®.

Per informazioni sul progetto: https://www.mathieuasselin.com/monsanto

Per scaricare gratuitamente il libro: https://www.mathieuasselin.com/store/monsanto-a-photographic-investigation-free-download

 

Ami Vitale e la vita segreta dei panda

Un guardiano effettua un controllo sanitario sul cucciolo del panda gigante Xi Mei presso la Riserva naturale di Wolong gestita dal Centro di ricerca e ricerca cinese per il panda gigante nella provincia di Sichuan, Cina, 31 ottobre 2015. (Foto di Ami Vitale)

Travestirsi da panda per poterli fotografare, restando fedeli al proprio mantra professionale ed etico: “vivere la storia”. E’ così che Ami Vitale, ambasciatrice Nikon e fotografa di National Geographic, ha voluto raccontare come il Sichuan sta ripopolando la Cina del suo ambasciatore più famoso: il panda. Grazie a un accesso privilegiato e alla sua tenacia, la Vitale ha seguito e documentato la vita segreta degli orsi del bambù, il loro lungo percorso per tornare in un habitat naturale, sulle montagne della riserva forestale di Li Zi Ping, indossando un costume bianco e nero coperto di urina che le consentisse di avvicinare da “invisibile” i giganteschi animali e i loro cuccioli. E dimostrando quanto anche in un paese dove le cattive notizie ambientali sono all’ordine del giorno si possano trovare storie di speranza.

Il panda YeYe, 16 anni, aspetta nel suo recinto presso la Riserva naturale di Wolong gestita dal China Conservation and Research Center per il panda gigante nella provincia di Sichuan, Cina, 30 ottobre 2015. Il cucciolo di 2 anni di YeYe sta finendo l’addestramento prima di essere lasciato libero. (Foto di Ami Vitale)

Foto di Ami Vitale

D’altro canto l’autrice non è nuova a esperienze totalizzanti: andata in Guinea Bissau per documentare le conseguenze della guerra civile, è rimasta nel paese sei mesi, ha imparato la lingua locale, ha vissuto in capanne, contratto la malaria, lavorato al fianco delle altre donne (anche se ritenuta da loro inutile, visto che priva di marito e figli).

Una madre e il suo cucciolo giocano all’interno di un recinto del Wolong China Conservation & Research Center for the Giant Panda, (CCRCGP), 18 aprile 2015. Il cucciolo viene preparato a essere inserito nella foresta e i custodi dei panda devono indossare costumi da panda coperti da urina di panda in modo che non acquisiscano familiarità con gli umani prima di essere rimandati nella natura. (Foto di Ami Vitale)

Dopo la guerra, le emergenze sociali e umanitarie, le grandi istanze socio economiche, Ami ha deciso di dedicarsi alle tematiche naturali e ambientali, la grande urgenza del terzo millennio. I panda giganti, il loro ripopolamento e la perseveranza degli scienziati cinesi nel volersi opporre al rischio dell’estinzione della specie, resistendo alle lusinghe degli zoo di tutto il mondo e combattendo contro la deforestazione della loro casa (le foreste di bambù), sono solo parte di un suo più grande progetto di documentazione globale: in Kenya ha seguito le organizzazioni che preservano gli ultimi rinoceronti e gli elefanti, in Niger si è occupata delle giraffe. Ed è stata l’autrice del calendario Lavazza 2019 “Good to earth”, dodici storie di una buona interazione fra uomo e natura.

Foto di gruppo per 18 cuccioli nel centro Bifengxia per il panda gigante, nella provincia di Sichuan, Cina, ottobre 2015. (Foto di Ami Vitale)

Per informazioni sull’autrice: www.amivitale.com/

Per informazioni su “Panda Love: The Secret Life of Pandas”: https://www.amivitale.com/2018/01/panda-love-the-secret-lives-of-pandas-a-new-book-from-ami-vitale/

Ami Vitale “vestita” da panda.

‘Una diversa bellezza. Italia 2003 – 2018’ una mostra di Emiliano Mancuso

Domani 13 giugno inaugura al Museo di Roma in Trastevere “Una diversa bellezza. Italia 2003-2018”, una mostra dedicata al lavoro del fotografo Emiliano Mancuso, scomparso prematuramente lo scorso anno. 

Rome, 2009. Via dei Fori Imperiali Roma, 2009. Via dei Fori Imperiali

La mostra è a cura di Renata Ferri che ha selezionato quattro differenti corpi di lavoro realizzati lungo l’arco di quindici anni in cui emerge un’umanità dolente, un’Italia ferita alla costante ricerca della sua identità in un perenne oscillare tra la conferma dello stereotipo e la cartolina malinconica.

Emiliano Mancuso ha usato tecniche e linguaggi diversi: bianco e nero, colore, immagini digitali o analogiche. E le polaroid, importanti poiché nella loro immediatezza accompagnano il passaggio dell’autore dall’immagine fissa a quella in movimento che lo porterà, nell’ultima parte della sua vita, a essere regista. Senza abbandonare il suo terreno d’indagine, semmai amplificandolo grazie all’audio e al video, Emiliano Mancuso traccia un paese intessuto di microstorie, di esperienze che ci appaiono nude nella loro sincerità. 

In mostra saranno esposte circa 150 fotografie che fanno parte dei principali lavori di Emiliano Mancuso:

Terre di Sud (2003-2008): un progetto fotografico sul Mezzogiorno che, nell’epoca della globalizzazione, si trova ancora a fare i conti con i vecchi termini della “questione meridionale”. Dal lavoro è stato realizzato un libro, Terre di Sud, pubblicato nel 2008 dalla casa editrice Postcart.

Stato d’Italia (2008-2011): un viaggio lungo tre anni attraverso l’Italia, alla ricerca di storie, cronache e volti della crisi economica e sociale: gli sbarchi di Lampedusa, Rosarno e la rivolta dei braccianti africani, i ragazzi di Taranto assediati dai fumi delle acciaierie Ilva. Anche questo lavoro è diventato un libro, Stato d’Italia, pubblicato nel 2011 da Postcart. 

Rome, 2009. Casilino ‘900 Roma, 2009. Casilino ‘900

Il Diario di Felix (2016): è un lavoro realizzato a Casa Felix, la casa famiglia di Roma dove vengono ospitati sia minori del circuito penale che scontano misure alternative al carcere, sia minori civili. Il Diario di Felix racconta l’ultimo anno di permanenza all’interno della struttura di un gruppo di otto ragazzi.

Le Cicale (2018, co-regia di Federico Romano): è un viaggio intimo della vita di quattro persone, già andate in pensione o in procinto di andarci, e il loro barcamenarsi per riuscire ad avere delle condizioni di vita dignitose nonostante una vita di lavoro.

I differenti capitoli della mostra sono accompagnati dai testi di Lucia Annunziata, Domenico Starnone e di Mimmo Lombezzi, oltre che della curatrice Renata Ferri.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale -Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è prodotta e organizzata da Officine Fotografiche con Zona, PCM Studio, Postcart edizioni in accordo con la famiglia di Emiliano Mancuso, ed è realizzata con il supporto di Digital Imaging partner di Canon. 

Jul 2005 Naples. Three girls going on the small engine to the sea to Posillipo

Biografia dell’autore 

Nato a Roma nel 1971, Emiliano Mancuso è stato un fotografo e regista che ha privilegiato come terreno d’indagine la realtà, soprattutto quella più invisibile e spesso taciuta. Dopo la laurea in Filosofia, Emiliano Mancuso sceglie la fotografia come mezzo espressivo per documentare la società contemporanea e le sue criticità, dapprima viaggiando a lungo in Amazzonia e successivamente dedicandosi prevalentemente al racconto dell’Italia e delle sue contraddizioni.
Nel 2006 pubblica il suo primo libro Made in Italy (ed. Trolley Books), in occasione del centenario della CGIL e nel 2008 Terre di Sud (ed. Postcart): un variegato e colorato affresco sul Mezzogiorno che nel terzo millennio è ancora alle prese con l’antica e mai risolta “questione meridionale”. L’Italia e le sue problematiche diventano l’oggetto di un nuovo percorso di approfondimento. Questa volta accompagnato da quattro giornalisti, perlustra il Paese seguendo delle aree tematiche: il dissesto idrogeologico, l’immigrazione, la crisi politica e istituzionale e la povertà, quest’ultimo tema caro all’autore, che riprenderà come regista, con differenti declinazioni, nei successivi documentari.
Il lavoro è raccolto nel volume Stato d’Italia (ed. Postcart, 2011). Docente appassionato, diventa direttore del Master in Fotogiornalismo contemporaneo presso Officine Fotografiche Roma. Ha collaborato con tutte le più prestigiose testate nazionali e internazionali. Dal 2012, pur senza abbandonare la fotografia, si dedica al linguaggio dell’audiovisivo e del documentario.  È del 2014 il suo primo lavoro, Il diario di Felix, realizzato interamente all’interno di Casa Felix, una casa-famiglia alla periferia est di Roma, che ospita minori con problemi familiari e penali.
Il lungometraggio è selezionato al Festival dei Popoli edizione 2015 nella sezione Panorama ed è nominato nello stesso anno al Globo d’oro come miglior documentario. Nel 2018 realizza con Federico Romano il documentario Le cicale, film dedicato agli anziani che vivono a Roma con la pensione minima. È un viaggio intimo nella vita di persone, pensionate o in procinto di esserlo, che si ritrovano a lottare per sopravvivere invece di godere una vecchiaia serena. Il documentario è stato selezionato in concorso al Festival Visioni dal mondo 2018.
Emiliano Mancuso muore prematuramente all’improvviso, nel settembre 2018.

 

Ferragni, scansati!

di Chiara Oggioni Tiepolo

Poco tempo fa un amico fotografo, già vincitore di un paio di World Press Photo, mi confidò fra il divertito e il rammaricato che il post su Instagram che aveva riscosso il maggior successo era la foto di uno dei suoi gatti. Lui, così attento alla composizione dell’immagine, così studioso del colore, così impegnato nelle tematiche, così denso di contenuti, così sensibile nei confronti di grandi e piccole istanze, si è visto celebrare dalla rete per il ritratto di un felino. Caso isolato? Macché, sul gradimento direttamente proporzionale al numero di animaletti postati ci si potrebbe costruire un teorema matematico. Nessuno sfugge.

Princess Cheeto

Né è certamente un mistero che a “tirare” sulle grandi testate (nazionali e non) online siano soprattutto le famigerate gallery di gattini. Sequenze zuccherose di immagini che ci fanno emettere versetti poco edificanti e dimenticare che il mondo fa schifo. Su Facebook, fra le innumerevoli, spopola la pagina “Canini&Gattini”, i cui iscritti sono costretti a esprimersi cambiando la desinenza di tutte le parole in –ini, pena l’esclusione dal gruppo non priva di pubblico ludibrio (spesso addirittura di insulti).

Coby the cat

Poteva forse Instagram, il social fotografico per eccellenza, fare eccezione? Poteva mancare un esercito di pellicciose bestiole a minare l’impero di fashion blogger e maggiorate? Eccoci dunque nell’era del pet influencer (meglio ancora se cat-fluencer) dove gatti, cani, orsetti lavatori e animali di natura varia posano come sapienti modelli in set fotografici appositamente creati per loro.

Nala cat

I numeri parlano da soli del gradimento loro riconosciuto, tanto da trasformare il fenomeno da casalingo e amatoriale a semi se non del tutto professionale. Arrivano così sponsor, inviti, celebrazioni sempre più diffuse e coinvolgimenti in grandi campagne.

La finta campagna Prada con protagonista Grumpy Cat, ritenuta inizialmente verosimile dalla rete

Nell’era dell’autopromozione e della trasformazione del sé in un vero e proprio oggetto di marketing, un intero esercito silente, e probabilmente inconsapevole, si sta facendo strada a larghi passi restituendo ancora una volta una nuova frontiera dell’immagine. Chissà che quanto prima la pet photography non diventi una branca vera e propria dell’arte fotografica….

‘Bitter Leaves’ – Intervista a Rocco Rorandelli

di Valeria Ribaldi

Il fotografo Rocco Rorandelli del collettivo TerraProject ha lanciato sulla piattaforma di crowdfunding Kickstarter, la campagna per sostenere la realizzazione del libro Bitter Leaves, un volume che raccontare 10 anni di lavoro sull’industria globale del tabacco.

Valeria Ribaldi l’ha intervistato per capire come è nato e come si è sviluppato questo progetto.

Dipali Lohar durante la raccolta del tabacco a Nipani, India. Qui il 70% delle entrate fiscali derivano dal tabacco per bidi. In India, circa due milioni di persone sono impegnate nella raccolta delle foglie e 4,4 milioni di persone impiegate direttamente nel bidi. La natura informale di questo settore impedisce ai lavoratori di essere organizzati in sindacati.

C’è stato qualcosa di particolare, una vicenda o uno studio scientifico che ti ha portato a scegliere questa tematica nel 2008?

Bitter leaves nasce da una mia vicenda personale, la morte di mio padre per una malattia legata al fumo. Nei mesi successivi alla sua scomparsa lessi decine di report scientifici ed articoli sull’industria del tabacco. Mi resi conto che dietro l’apparente semplicità di una sigaretta c’era molto da raccontare: una realtà globale, che dà lavoro a milioni di persone ma che, al tempo stesso, fonda le proprie radici sullo sfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente. E questo è vero sia nelle economie emergenti che in Occidente. Fu in quel momento che capii come una vicenda personale poteva trasformarsi in un lavoro “universale”.

Questo lavoro è nato subito come un progetto a lungo termine?

Si, è un progetto che sin da subito decisi di declinare in modo approfondito, identificando le tematiche da trattare, i paesi che volevo visitare, e scrivendo un schema progettuale che mi avrebbe portato in America, Asia, Africa ed Europa.

Hai ricevuto finanziamenti per portare avanti un lavoro che è durato 10 anni?

I primi viaggi li ho realizzati senza alcun sostegno economico esterno, poi sono iniziati ad arrivare assignment, e la maggior parte dei finanziamenti li ho ricevuto dalle vendite dei vari capitoli che via via producevo, pubblicando su riviste italiane ed estere: Io Donna, L’Espresso, Newsweek, GEO France, Le Monde, Internazionale, ed altre. Per il capitolo svolto negli Stati Uniti, dove mi sono concentrato sul documentare l’esistenza di un racket di bambini senza documenti che lavorano per i grandi proprietari di terreni, ho ricevuto un grant dal ‘Fund for Investigative Journalism’. Poi l’OMS e varie ONG mi hanno sostenuto in vario modo.

La linea di produzione della fabbrica di sigarette Hongta a Yuxi, in Cina. L’azienda sostiene che questa è la linea di produzione di sigarette più avanzata al mondo, con robot completamente automatizzati e rollatrici italiani. Nello stabilimento di Yuxi vengono prodotte oltre 135 miliardi di stecche all’anno, coprendo il 12% della produzione totale della Cina.

Hai visitato moltissimi paesi, quali sono le differenze di approccio alle problematiche legate alla produzione e al consumo di tabacco nelle diverse aree geografiche?

In ogni paese che ho visitato mi sono concentrato su alcuni aspetti specifici dell’industria, permettendomi, una volta ultimato il progetto, di fornire una visione complessiva. 
In Indonesia  mi sono concentrato sui fumatori, specialmente quelli più giovani. Nel paese asiatico infatti il 41% dei bambini tra 13 e 15 anni fuma, ed il loro numero è raddoppiato negli ultimi 10 anni. L’Indonesia è uno dei pochi paesi che non ha firmato la convenzione per il controllo del fumo dell’OMS, il che significa che le sigarette costano poco e che la pubblicità è ancora permessa.
Negli USA ho documentato la presenza di bambini che lavorano nei campi di tabacco e che soffrono di un’intossicazione chiamata Green Tobacco Sickness. Inoltre gli Stati Uniti sono la culla della moderna industria del tabacco, e in Virginia e North Carolina viene celebrata con musei, ricostruzioni storiche e trasformazione di vecchie aree industriali.
In Italia ho lavorato sul mercato illecito delle sigarette, sugli effetti sulla salute dei fumatori, e sulla coltivazine di tabacco sia da sigarette che da sigari.
In Cina, primo produttore e consumatore di sigarette al mondo, ho voluto concentrarmi sull’aspetto industriale, sui centri di ricerca, sui parchi a tema che celebrano la storia del tabacco, ma anche sulle ridotte ricadute economiche per contadini e lavoratori.
In Bulgaria ho raccontato la storia della minoranza musulmana dei Pomacchi che vivono sui monti Rodopi e per i quali la coltivazione del tabacco rappresenta la principale risorsa economica ma che vengono sfruttati dagli intermediari, che sottopagano il prodotto.
In Nigeria, una delle economia a crescita più rapida, terreno fertile per le aziende di sigarette, l’industria del tabacco utilizza aggressive strategie di lobbying per evitare l’inasprirsi di leggi che controllano la diffusione del fumo.
In India invece la maggior parte dei fumatori – circa 120 milioni – utilizza beedi, sigarette fatte a mano in cui il tabacco è avvolto in una foglia di una specie vegetale locale. L’industria non è regolamentata dal governo centrale, e questo è alla base dello sfruttamento dei lavoratori stagionali e delle donne che rollano i beedi.

Tabacchi confiscati nell’ex manifattura tabacchi di Benevento.

Quanto conta la componente culturale ed educativa rispetto anche alle questioni economiche che sono legate alla produzione e commercializzazione del tabacco?

In Cina per esempio un programma della provincia di Yunnan ha sostenuto gli agricoltori che desideravano abbandonare la coltivazione di tabacco e passare ad altre colture, spesso creando cooperative. In questo modo gli introiti sono aumentati, così come la sicurezza alimentare. Questo ci fa capire che l’educazione è importante, ma anche l’esistenza di politiche che favoriscano lo sviluppo. Lo stesso vale per la commercializzazione del tabacco. Vanno messe in atto politiche di controllo, oltre a programmi di educazione alla salute e al consumo critico.

Come è nata la collaborazione con Judith Mackey e che ruolo ha nel tuo libro?

Judith è una delle autrice del Tobacco Atlas, il più esaustivo studio sull’industria globale del tabacco. Sin da subito i suoi suggerimenti hanno guidato la mia ricerca, ed il suo coinvolgimento nel progetto editoriale mi è sembrato la naturale continuazione della nostra collaborazione. Tutte le infografiche sono nate sotto la sua guida e con lei abbiamo revisionato tutte le didascalie, assicurandoci che fossero corrette e presentassero dati e stime recenti.

Pacifici Serenella, 71 anni, nel reparto di chirurgia dell’Istituto Europeo di Oncologia, in attesa di essere operata per un cancro ai polmoni.

Navigare un mare di immagini

di Gianmarco Maraviglia

Su Instagram vengono caricate 3600 immagini al secondo, su Tumblr 20.000 al minuto e su Snapchat, il sistema di condivisione che permette di autodistruggere i file dopo poco tempo dalla loro ricezione, 104.000 al minuto.

L’artista olandese Erik Kessels, nella sua istallazione “Photography In Abundance” alla Foam Gallery di Amsterdam, ha stampato tutte le foto postate in un solo giorno su Flickr, oltre un milione.

Il risultato è uno spiazzante viaggio attraverso vite lontane di cui riusciamo solo a percepire frammenti effimeri che vivono il breve tempo prima del post successivo.

Se la fotografia è memoria, cosa è destinato a rimanere nell’immaginario comune dell’era dello sharing? Per questo la permanenza è un tema fondamentale per capire il valore di un’immagine.

Questo vale sia per tutte le immagini del nostro privato e vissuto familiare che riescono, quasi magicamente a emozionarci, che, ancor più, per quello che coinvolge la nostra memoria storica e il racconto della nostra epoca.

Fissare nella storia visiva una traccia del nostro passaggio è importante per rivendicare la nostra identità. Per non essere dimenticati.

Ci sono foto diventate icone e simbolo di un periodo o di un evento, come i celebri esempi della foto dello sbarco ad Omaha Beach di Robert Capa, della bambina vietnamita bruciata dal napalm di Nick Ut, dell’esecuzione di Nguyen Van Lem di Eddie Adams e il ritratto di Arthur Sasse di Einstein.

In un’epoca in cui si producono e condividono così tante immagini, cosa ha la forza di radicarsi nella memoria collettiva e diventare simbolo?

Officine Fotografiche proverà a guardare al futuro per mostrare oggi come saremo percepiti. Attraverso il racconto di mostre, libri, progetti e grazie allo sguardo di fotografi che stanno raccontando il contemporaneo con immagini che potranno diventare icone future.