Un incontro con Andrea Camilleri. E con Robert Capa.

Testo e Fotografie di Luca Nizzoli Toetti
 
 
L’emozione per la morte di Camilleri tocca trasversalmente l’Italia intera.
Un anonimo esordio nel 1978 con “Il corso delle cose” dopo dieci anni di rifiuti; altri due libri, nel 1980 “Un filo di fumo” e nel 1984 “La strage dimenticata” senza nessun clamore. Negli anni 90 il grande successo, grazie all’editore Sellerio che lo invita a continuare a scrivere dopo una sua titubanza iniziale.
Da allora 97 libri pubblicati, 30 milioni di copie vendute e una generosissima quantità di interviste rilasciate. Non sta a me entrare nel dettaglio della sua opera letteraria: non ne ho la capacità critica e nemmeno l’ambizione. Ciò che posso fare, oltre a ricordare l’ammirazione di mia madre non solo per i suoi libri ma anche per la sua saggezza e lucidità nell’analisi delle questioni contemporanee, è ripensare all’incontro che ebbi con il Maestro siciliano nel 2008, nella sua casa romana. Un incontro preparato da Caterina Soffici, giornalista e scrittrice che l’avrebbe intervistato: a me il compito di fotografarlo . Della sua cordialità, della sua intensità sempre sostenuta da ironia e competenza, della sua vanità con cui giocava davanti all’obbiettivo della mia macchina fotografica mi ricordo oggi sfogliando le immagini realizzate in quel caldo luglio romano. 
 

Roma 3 luglio 2008, ANdrea Camilleri nella sua casa studio di Roma. Fotografia di Luca Nizzoli Toetti.

Vedendo queste fotografie mi torna in mente il suo racconto:
Lei che fa il fotografo, ma lo sa che incontrai Robert Capa in Sicilia durante la Campagna d’Italia nel 1943?”
Si alza in piedi e inizia a mimare la scena, a recitarla, come per volergli dare più credibilità:
“Eravamo nella Valle dei Templi, lui fotografava, chiedeva informazioni con un biglietto in mano con su scritto il suo nome vicino ad Agrigento e io, che all’epoca avevo vent’anni, gli diedi le indicazioni senza curarmi troppo di questo tizio vestito da militare senza pistola ma con in mano una piccola macchinetta fotografica.”
La dice così, tutta d’un fiato, poi si ferma per osservare lo stupore sul mio viso.
Silenzio.
Risata.
Sigaretta.
Grazie signor Camilleri.
 

Roma 3 luglio 2008, ANdrea Camilleri nella sua casa studio di Roma. Fotografia di Luca Nizzoli Toetti.

Roma 3 luglio 2008, ANdrea Camilleri nella sua casa studio di Roma. Fotografia di Luca Nizzoli Toetti.

Roma 3 luglio 2008, ANdrea Camilleri nella sua casa studio di Roma. Fotografia di Luca Nizzoli Toetti.

 
 
Robert Capa (celeberrimo fotografo di guerra, trai fondatori della Agenzia Magnum) al seguito delle truppe americane, si fece paracadutare in Sicilia nel 1943. Seguì le operazioni militari degli alleati realizzando un reportage sulla Campagna d’Italia che rimane una delle documentazioni fotografiche più importanti della Seconda Guerra Mondiale.
 

Les Rencontres de la photographie – Les Ateliers

Testo di Luca Nizzoli Toetti – fotografie di Cristiana Conti Borbone

Sotto l’impavido sole Arlesiano non è facile raggiungere il Parco degli Ateliers. Sono solo 500 metri fuori dall’alberata circonvallazione che cinge il centro storico, ma si contano uno per uno, mentre si costeggia la Torre Riflettente di Gehry in costruzione da qualche anno, che sovrasta lo spiazzo impolverato e gli ex edifici industriali che ospitano alcune delle mostre de les Rencontres.
Non appena si entra, sudore polvere e fatica diventano un ricordo lontano: i due padiglioni infatti, Mécanique Générale e Les Forges ospitano due delle mostre più coinvolgenti della rassegna.

 
Negli spazi di Les Forges la mostra ‘Restless Bodies – East German photography 1980-1989’, ci avvicina alle vite nascoste dei fotografi e artisti della Germania dell’Est nel decennio prima della caduta del muro. La libertà interiore di una generazione alle prese con un linguaggio ibrido che affonda le sue radici negli anni ’80 emerge nelle fotografie che raccontano la singolarità delle vite e delle relazioni con e fra i corpi e gli spazi, senza rinnegare la grande tradizione di fotografia documentaria e umanistica propria dei decenni precedenti. Una mostra che ci fa capire la sostanza della vita senza metafore, il ribollire dell’esistenza sotto il coperchio della repressione, la solitudine dell’individuo nel confrontarsi con la collettività.
Il capannone di Mécanique Générale ospita oltre alla totalità dei libri che sono stati inviati per partecipare al prestigioso Prix du Livre, (tra cui spiccano i vincitori delle varie categorie: Libro fotografico d’autore: Stephen Gill, The Pillar; Premio libro storico Hannah Darabi, Enghelab Street – A Revolution Through Books : Iran 1979-1983; Premio libro di foto e testo Vasantha Yogananthan, Dandaka con menzione speciale per Sophie Calle, Parce Que), anche una mostra di libri scelti da Martin Parr ’50 libri per 50 anni’, che il celebre fotografo e collezionista ha estrapolato dalla sua biblioteca per omaggiare i 50 anni del festival.
Nella selezione spicca la totale assenza di libri ed editori italiani, mancanza che vista la qualità della proposta espositiva di Parr non si fa sentire ma che fa pensare: è una scelta ponderata o davvero nessun libro di fotografia italiano, negli ultimi 50 anni, merita di rientrare tra i migliori?
 
 
Ma la nostra attenzione, alla Mécanique Générale, viene rapita da ‘Photo | Brut Collection Bruno Decharme e Compagnie’, una mostra enorme in cui tutto viene ribaltato, esposizione, spettatore, prospettive e intenzioni. Può la “fotografia grezza” essere considerata arte se pur realizzata al di fuori dei circuiti artistici convenzionali, in contesti di solitudine, sofferenza o devianza personale? Questa esposizione non ci offre dubbi sulla risposta, con i suoi 500 pezzi in mostra, collage, disegni, fotografie, installazioni, performance documentate, tutti realizzati da artisti outsider, alle prese con loro stessi, i loro fantasmi e le loro idiosincrasie nei confronti del mondo, piuttosto che con curatori, critici e pubblico esigente. Una mostra incredibilmente riuscita e completa che ci apre gli occhi sulla capacità e la creatività perspicace degli emarginati, dei soli, degli ultimi e della loro lotta per emanciparsi da se stessi. Imperdibile e toccante, questo sguardo incantato e sincero fa riflettere, non solo sulla fotografia o le pratiche ad essa legate. Tantissimi gli autori, tutti da scoprire nel loro modo e nel loro mondo, grazie anche alle didascalie perfette che accompagnano la visita. 
 
 
E adesso via, ritorniamo in città. Non che non ci fossimo già ma i vicoli e le piazzette di Arles con la loro brezza rendono tutto più piacevole e ci permettono di riposare un pochino prima delle prossime visite alle innumerevoli mostre dei Rencontres 2019.

Primo giorno a Les Rencontres de la Photographie

testo e foto di Luca Nizzoli Toetti

 

Sapevamo di essere nel posto giusto, al momento giusto.
Il festival di Arles, Les Rencontres de la Photographie, riesce sempre a sorprenderci.
Intanto, con la gentilezza dei suoi abitanti, la città di Arles, che nel corso degli anni ha accettato la non sempre pacifica invasione di fotografi e affini, dimostra una capacità di accoglienza non comune.
In secondo luogo, ma non meno importante per noi che siamo arrivati qui affamati di fotografia, la qualità della proposta in termini di mostre e contenuti.

La prima mostra da cui viene naturale iniziare la visita, è ospitata ne l’Eglise des Frères Prêcheurs, un’antica chiesa gotica sconsacrata di fianco al cortile dove si ritirano i biglietti per accedere al festival: ‘Datazone’ di Philippe Chancel.
Un’immensa ricerca composta da 14 lavori realizzati in 15 anni sulla condizione del nostro pianeta: crisi ambientali, emergenze climatiche, sviluppo urbanistico folle, realtà distopiche.

Il lavoro di Chancel analizza il nostro mondo con lucidità e saggezza, proponendo 14 diversi corpi di lavoro pensati come soggetti singoli che formano un unico, mastodontico, completo reportage valorizzato dalla scenografica ambientazione della chiesa sconsacrata che ogni anno accoglie una della mostre più importanti dell’intero festival.

Philippe Chancel riesce a declinare la sua ricerca in 14 stili diversi dicendo: “Ho pensato a come rendere in modo diverso ogni lavoro, con stili che sembrano differenti, ma il fotografo è sempre lo stesso, sono io.”
Coinvolgente, intelligente, un lavoro di facile lettura e complessa analisi: una vera lezione di fotografia.

Arles, Les Rencontres de la photographie compie mezzo secolo.

Dal 1 Luglio 2019 ad Arles in Francia, inizia la 50esima edizione di Les Rencontres de la photographie.
La kermesse francese si è guadagnata nel corso degli anni la giusta nomea di luogo d’eccellenza per il confronto, la scoperta, l’approfondimento sulla fotografia contemporanea.


Con uno sguardo al passato, la consapevolezza del presente, e una giusta attenzione al futuro (l’unica cosa non fotografabile), gli incontri di Arles sono un contesto importantissimo per chi vuole confrontarsi, sia a livello professionale che amatoriale con la fotografia, immergendosi nella incredibile proposta culturale offerta sia nella prima settimana, quella di apertura in cui la cittadina francese viene invasa da professionisti da tutto il mondo e non è raro trovarsi a passeggiare per le vie arlesiane a fianco dei più celebri fotografi, come nelle settimane a venire, in cui le numerosissime mostre rimangono aperte al pubblico.

In questa edizione, che celebra il 50esimo compleanno del festival, nelle parole dell’ attuale direttore Sam Stourdzé, durante la conferenza stampa di presentazione, il ricordo dei fondatori Michel Tournier, Lucien Clergue e Jean-Maurice Rouquette e del lavoro visionario che fecero anni fa per creare questo luogo di incontro e di confronto per la comunità fotografica internazionale, ha lasciato il passo all’illustrazione delle idee e dell’impeto che ha portato l’organizzazione ad allestire 50 mostre per questa 50esima edizione.
“Les rencontre de la photographie” non subiscono quindi la crisi dei 50 e rilanciano con una edizione che lo stesso direttore definisce “sproporzionata, come l’energia che guida la fotografia.”

Durante la settimana di apertura, 1-7 luglio, noi di Officine Fotografiche vi racconteremo il festival con alcuni post da Arles, per condividere con voi la nostra immersione fotografica nel festival più importante dell’anno.

Qui il sito del festival con tutte le informazioni per partecipare al’evento.
https://www.rencontres-arles.com/fr

Mettici la faccia! – Iniziativa di solidarietà e beneficienza contro il cyberbullismo

Una serata di solidarietà, beneficenza e divertimento: giovedì 20 giugno, a partire dalle 18, il Tongs bar di via Vigevano (Milano) si trasforma in un set fotografico. L’occasione è ludica e generosa al tempo stesso. Si posa – la partecipazione non è obbligatoria – per un ritratto con un professionista del settore, si sceglie il tipo di stampa (carta fotografica normale o fine art, incorniciata in due diverse soluzioni o meno) e l’intero ricavato delle vendite viene devoluto a finanziare un progetto contro il cyberbullismo. Con obiettivi concreti, non donazioni generiche. Da qui lo slogan che è anche il titolo dell’appuntamento: Mettici la faccia.

A organizzare per il terzo anno consecutivo gli amici del liceo di Pancho Mazza, che alla sua scomparsa hanno voluto dedicare una onlus, Panchito’s Way. Destinatario dei proventi sarà la Fondazione Carolina, intitolata a una quattordicenne vittima del branco della rete che si è tolta la vita e che da tempo lavora alla sensibilizzazione di tutti i soggetti coinvolti (non a caso il motto è: Le parole fan più male delle botte).

L’autore delle immagini: Marco Curatolo è un fotografo professionista che vive e lavora a Milano. Con lui verrà allestito al Tongs un set per realizzare ritratti d’autore a tutti quelli che vorranno condividere l’impegno della onlus Panchito’s Way e tornare a casa con una foto da conservare, regalare o condividere. A margine, il fotografo Nanni Fontana, da sempre impegnato in reportage a sfondo sociale e alla documentazione di minoranze (è di pochi mesi fa la sua mostra in Triennale realizzata dopo un lungo lavoro nel carcere di San Vittore) realizzerà delle immagini da “mettere al muro” del Tongs, una piccola installazione per una grande presa di posizione.

 

Per informazioni:
Panchito’s Way – www.panchitosway.com
Fondazione Carolina – http://www.fondazionecarolina.org/

‘Una diversa bellezza. Italia 2003 – 2018’ una mostra di Emiliano Mancuso

Domani 13 giugno inaugura al Museo di Roma in Trastevere “Una diversa bellezza. Italia 2003-2018”, una mostra dedicata al lavoro del fotografo Emiliano Mancuso, scomparso prematuramente lo scorso anno. 

Rome, 2009. Via dei Fori Imperiali Roma, 2009. Via dei Fori Imperiali

La mostra è a cura di Renata Ferri che ha selezionato quattro differenti corpi di lavoro realizzati lungo l’arco di quindici anni in cui emerge un’umanità dolente, un’Italia ferita alla costante ricerca della sua identità in un perenne oscillare tra la conferma dello stereotipo e la cartolina malinconica.

Emiliano Mancuso ha usato tecniche e linguaggi diversi: bianco e nero, colore, immagini digitali o analogiche. E le polaroid, importanti poiché nella loro immediatezza accompagnano il passaggio dell’autore dall’immagine fissa a quella in movimento che lo porterà, nell’ultima parte della sua vita, a essere regista. Senza abbandonare il suo terreno d’indagine, semmai amplificandolo grazie all’audio e al video, Emiliano Mancuso traccia un paese intessuto di microstorie, di esperienze che ci appaiono nude nella loro sincerità. 

In mostra saranno esposte circa 150 fotografie che fanno parte dei principali lavori di Emiliano Mancuso:

Terre di Sud (2003-2008): un progetto fotografico sul Mezzogiorno che, nell’epoca della globalizzazione, si trova ancora a fare i conti con i vecchi termini della “questione meridionale”. Dal lavoro è stato realizzato un libro, Terre di Sud, pubblicato nel 2008 dalla casa editrice Postcart.

Stato d’Italia (2008-2011): un viaggio lungo tre anni attraverso l’Italia, alla ricerca di storie, cronache e volti della crisi economica e sociale: gli sbarchi di Lampedusa, Rosarno e la rivolta dei braccianti africani, i ragazzi di Taranto assediati dai fumi delle acciaierie Ilva. Anche questo lavoro è diventato un libro, Stato d’Italia, pubblicato nel 2011 da Postcart. 

Rome, 2009. Casilino ‘900 Roma, 2009. Casilino ‘900

Il Diario di Felix (2016): è un lavoro realizzato a Casa Felix, la casa famiglia di Roma dove vengono ospitati sia minori del circuito penale che scontano misure alternative al carcere, sia minori civili. Il Diario di Felix racconta l’ultimo anno di permanenza all’interno della struttura di un gruppo di otto ragazzi.

Le Cicale (2018, co-regia di Federico Romano): è un viaggio intimo della vita di quattro persone, già andate in pensione o in procinto di andarci, e il loro barcamenarsi per riuscire ad avere delle condizioni di vita dignitose nonostante una vita di lavoro.

I differenti capitoli della mostra sono accompagnati dai testi di Lucia Annunziata, Domenico Starnone e di Mimmo Lombezzi, oltre che della curatrice Renata Ferri.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale -Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è prodotta e organizzata da Officine Fotografiche con Zona, PCM Studio, Postcart edizioni in accordo con la famiglia di Emiliano Mancuso, ed è realizzata con il supporto di Digital Imaging partner di Canon. 

Jul 2005 Naples. Three girls going on the small engine to the sea to Posillipo

Biografia dell’autore 

Nato a Roma nel 1971, Emiliano Mancuso è stato un fotografo e regista che ha privilegiato come terreno d’indagine la realtà, soprattutto quella più invisibile e spesso taciuta. Dopo la laurea in Filosofia, Emiliano Mancuso sceglie la fotografia come mezzo espressivo per documentare la società contemporanea e le sue criticità, dapprima viaggiando a lungo in Amazzonia e successivamente dedicandosi prevalentemente al racconto dell’Italia e delle sue contraddizioni.
Nel 2006 pubblica il suo primo libro Made in Italy (ed. Trolley Books), in occasione del centenario della CGIL e nel 2008 Terre di Sud (ed. Postcart): un variegato e colorato affresco sul Mezzogiorno che nel terzo millennio è ancora alle prese con l’antica e mai risolta “questione meridionale”. L’Italia e le sue problematiche diventano l’oggetto di un nuovo percorso di approfondimento. Questa volta accompagnato da quattro giornalisti, perlustra il Paese seguendo delle aree tematiche: il dissesto idrogeologico, l’immigrazione, la crisi politica e istituzionale e la povertà, quest’ultimo tema caro all’autore, che riprenderà come regista, con differenti declinazioni, nei successivi documentari.
Il lavoro è raccolto nel volume Stato d’Italia (ed. Postcart, 2011). Docente appassionato, diventa direttore del Master in Fotogiornalismo contemporaneo presso Officine Fotografiche Roma. Ha collaborato con tutte le più prestigiose testate nazionali e internazionali. Dal 2012, pur senza abbandonare la fotografia, si dedica al linguaggio dell’audiovisivo e del documentario.  È del 2014 il suo primo lavoro, Il diario di Felix, realizzato interamente all’interno di Casa Felix, una casa-famiglia alla periferia est di Roma, che ospita minori con problemi familiari e penali.
Il lungometraggio è selezionato al Festival dei Popoli edizione 2015 nella sezione Panorama ed è nominato nello stesso anno al Globo d’oro come miglior documentario. Nel 2018 realizza con Federico Romano il documentario Le cicale, film dedicato agli anziani che vivono a Roma con la pensione minima. È un viaggio intimo nella vita di persone, pensionate o in procinto di esserlo, che si ritrovano a lottare per sopravvivere invece di godere una vecchiaia serena. Il documentario è stato selezionato in concorso al Festival Visioni dal mondo 2018.
Emiliano Mancuso muore prematuramente all’improvviso, nel settembre 2018.

 

Il mare che vorrei

In occasione di Milano PhotoWeek, la Rotonda della Besana si trasforma in un mare a cielo aperto.

Un percorso ispirativo ed educativo che parte dalla fotografia per coinvolgere adulti e bambini coinvolgendoli in un momento di incontro e scoperta su un tema centrale per la nostra contemporaneità: gli Oceani e la loro salvaguardia.

Un percorso fotografico dedicato agli Oceani in collaborazione con Underwater Photographer of the Year 2019. Nato nel 1965, UPY è il più prestigioso concorso fotogra co con l’obiettivo di celebrare il mondo sottomarino. In occasione di MPW, la Rotonda della Besana accoglie un racconto per immagini che mostrano la natura, le meraviglie degli abissi, il rapporto con l’uomo e i pericoli ai quali stanno andando incontro i mari.
Attraverso numeri, domande e suggestioni, che accompagnano il progetto, la fotogra a diventa uno strumento per creare un viaggio nelle meraviglie degli abissi e un percorso di sensibilizzazione e informazione adatto a tutti.

Sabato 8 giugno il MUBA e Daniele Papuli o rono ai più piccoli l’opportunità di partecipare a un atelier d’artista per realizzare un mare a cielo aperto: il percorso fotografico rappresenta il punto di partenza del laboratorio che muove dalle fotogra e per trasformare le ri essioni che emergono in un mare tridimensionale. I bambini, attraverso un materiale così semplice e antico come la carta, con frammenti, piccole geometrie ritagliate, sagomate o con segni e disegni raffigurano i tesori, l’habitat, gli abitanti e le loro visioni del mare.
Il risultato sarà visibile fino a domenica 9 giugno.

LOST IN CLICKING – Una maratona fotografica a Venezia

 

L’8 giungo 2019 si svolgerà a Venezia Lost in Clicking, una maratona fotografica della durata di un giorno (dalle 10 di mattina alle 9 di sera). I partecipanti saranno sfidati a scattare una serie di fotografie camminando per le calli e i campi di Venezia ispirati da una serie di tematiche che verranno consegnate nelle tappe dislocate in diverse aree della città: in ciascuna tappa, ad orari programmati, verranno svelati due temi da interpretare scatto dopo scatto.

Le foto, una volta consegnate a fine giornata, verranno esaminate da una giuria di professionisti del settore quali Luca Campigotto, Marco Garofalo, Vittoria Prignano e Angelo Vignali che decreteranno i tre vincitori.  Tutte le foto verranno poi messe in mostra in occasione dell’Art Night 2019 il 22 Giugno presso l’European Cultural Centre, nella sede di Palazzo Mora. Successivamente, grazie alla collaborazione della Municipalità di Venezia, Murano e Burano, saranno visibili al pubblico nella Sala del Consiglio di San Lorenzo, mentre una terza esposizione sarà invece ospitata da We_Crociferi.

Le foto, una volta consegnate a fine giornata, verranno esaminate da una giuria di professionisti del settore quali Luca Campigotto, Marco Garofalo, Vittoria Prignano e Angelo Vignali che decreteranno i tre vincitori.  Tutte le foto verranno poi messe in mostra in occasione dell’Art Night 2019 il 22 Giugno presso l’European Cultural Centre, nella sede di Palazzo Mora. Successivamente, grazie alla collaborazione della Municipalità di Venezia, Murano e Burano, saranno visibili al pubblico nella Sala del Consiglio di San Lorenzo, mentre una terza esposizione sarà invece ospitata da We_Crociferi.

Al sito www.lostinclicking.com, potrete trovare tutte informazioni, le regole della manifestazione e da cui è possibile effettuare la registrazione per partecipare. Un’opportunità da non perdere, un’occasione per i fotografi di guardare Venezia in modo differente, scoprire nuovi luoghi e incontrare altri fotografi!

Inaugura ‘Post’, una mostra di Andrea Buzzichelli, Stefano Parrini e Giovanni Presutti

LATO Galleria di Prato inaugura il 25 maggio la mostra POST degli autori Andrea Buzzichelli, Stefano Parrini e Giovanni Presutti. La mostra propone attraverso un intreccio di fotogra e, installazioni, video e pubblicazioni una ricognizione di diverse manifestazioni visuali nel contemporaneo.

«L’odierno panorama storico, almeno nei suoi contesti più occidentali, è indubbiamente legato all’uso stupefacente dell’immagine. L’impiego macroscopico di questa forma espressiva si è esteso oltre i confini noti della catechizzazione, storicamente la religione e quindi la pubblicità e la politica, per coinvolgere la galassia degli individui. L’esplosione di questo fenomeno è recente e non ancora osservato a fondo. La portata endemica di questo cambiamento tuttavia è facile da intendersi poiché agisce potenzialmente attraverso il self service tecnologico sui comportamenti delle singole persone. Un parametro di misura comprensibile lo o rono le stime trimestrali sull’immissione nel mercato dei cosiddetti cellulari intelligenti, che si attestano regolarmente nell’ordine delle centinaia di milioni d’unità.

A questa pervasività del fenomeno si somma la sua vischiosità, ovvero il rischio di provocare dipendenza e disturbi mentali, ben testimoniato dalla crescente letteratura in materia. Di fatto è in corso una mutazione nei termini del nostro rapporto con l’immagine. Sempli cando: se per secoli l’uomo ha costruito da sé le immagini oggi possiamo dire che i modi di produzione si sono invertiti. Sempre più è l’immagine a costruire l’uomo. E non a somiglianza di Dio come vuole l’antico testamento, bensì di uno schiavo ignaro che il suo asservimento è il migliore dei mondi possibili.

Dove avviene tutto ciò? Occorre riconoscere dapprima che a anco all’antica geogra a degli atlanti vi è il dispiegarsi di altre forme di navigazione e di mappatura del globo sempre più intro esse. Questi spazi, immateriali e planetari, sono determinati dalla supremazia dell’immagine appariscente sull’individuo cosciente, ora sempre più esposto a una secessione interiore, tra un volere profondo succube del dovere super ciale. Quelli che si annunciano sono paesaggi irrimediabilmente annichiliti nei quali è occultato ogni desiderio di contrapposizione e forzata quella visione schizoide indispensabile per accettare con distacco le proprie catene.

L’immagine cessa di essere una rappresentazione oggettiva, intesa come specchio di uno stato d’essere e sottinteso desiderio di conservazione della propria cronaca versus il destino inoppugnabile. L’immagine è disossata di una ragione essenziale e vestita d’illusoria emancipazione. Attraverso un pro lo acefalo, il singolo strillone del terzo millennio ha accesso allo spettacolo del divenire senza code all’ingresso, ottenendo i mezzi per dislocare l’essere de-corporizzato in un presente senza ne, in una perenne transitorietà svuotata di futuro, ovvero di possibilità. Siamo nell’orizzonte del “click” come modus operandi, dell’agire fatalmente compulsivo, della schiavitù dell’autocompiacimento, della celebrità come massima aspirazione sociale, della produzione reiterata di massime, aforismi, ricordi insulsi e super ui, della “nienti cazione” dell’umanità che si traduce in un’apatica indi erenza. Se vogliamo trovare il carattere necessario a decifrare il mondo attuale dobbiamo partire da questo stato patologico dei sentimenti che si esprime con volti diversi.

 

Come si sostiene l’Homo Indi erens, la nuova specie umana neutralizzata? È mediante la sostituzione della memoria con un demanio virtuale, provvisorio e a pagamento. Non vi è pertanto spazio tra le nuvole per i miserabili la cui storia sarà cancellata in automatico o resa sempre più frattale, come ha ben illustrato Stefano Parrini nel libro Fail. Nel recinto chiuso del presente obsolescente non vi è margine per l’eco del passato. Il ricordo va devitalizzato o rimosso come un dente fastidioso, come un abito fuori moda, per fare largo a nuovi accumuli di scorie binarie, di byte. È questa la corsa all’oro del futuro che abbatte ogni chance di dissenso critico, poiché il podio è il mezzo più che un ne. Come se non ci fosse un domani.

Tra le righe di questa scrittura distopica resiste ancora un bisogno di “resurrezione” dell’individuo sradicato di prospettiva, che induce talvolta a distanziarsi dalla mondovisione per ragionare sul ruolo del riciclo e della conservazione delle immagini in un’epoca d’ubiquità e di bagni di dopamina. Il lavoro di Andrea Buzzichelli a ronta tale questione.

Altra sfida è la lotta alla desertificazione semantica che priva di carne le parole, rende i vocabolari anoressici e i dialoghi balbuzienti. Il manifesto e Era of Beyond Truth di Giovanni Presutti attesta il dislivello prometeico e l’inadeguatezza della specie umana dinanzi alla presenza simultanea di tutti gli accadimenti del mondo, al usso mostruoso di dati che annientano la capacità di assimilazione e inibiscono la potenza critica di reazione ormai ridotta a smor e e cuoricini. L’importazione di pappe verbali omogeneizzate e di neologismi seducenti, i decenni di cretinismo a reti uni cate elevato a sport nazionale, il dispensare febbrile e diseducativo di volgarità, la carestia pubblica di cultura e la conseguente merci cazione delle arti, dell’editoria e in generale del ruolo intellettuale hanno condotto all’embargo del linguaggio e dei suoi minerali essenziali. Il terreno che nutre l’immaginazione si fa sempre più arido e il numero delle oasi signi canti si riduce drasticamente sotto i colpi di diktat estetici imposti da propaganda e gossip demenziale.

Si moltiplicano così le piantagioni di mono colture visuali nelle quali si fa uso intensivo di fertilizzanti che disinnescano ogni forma di alterità e alimentano un assoggettamento ebete ai canoni della civiltà del consumo e al conseguente carnevale di costumi di massa stagionali. In questo mondo no limits, del presente scon nato e liberalizzato, dei greggi senza pastore che pascolano disorientati attraverso lande desolate di realtà parziali o simulate, della socializzazione passiva, in questo buio panorama la storia va assottigliandosi e con essa quello spazio sacro che è il silenzio.»

Steve Bisson

Buchi neri semi seri

di Pietro Vertamy

“Strade? Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade!”
Emmett “Doc” Brown. – Back to the future – 1985.

Prima immagine di un buco nero.
Distanze, dati, valori che fanno tremare i polsi. Anni luce come noccioline.
La stampa mondiale obnubilata dall’eccitazione, copia e incolla, diffonde e sottolinea febbrilmente ‘la fotografia del secolo’.
Alcune considerazioni a caldo sull’immagine in sé vanno fatte, poco poetiche e molto terrestri, ad onorare l’innegabile piacere della pedanteria e l’innegabile gusto per la facile polemica.

The Event Horizon Telescope (EHT) — a planet-scale array of eight ground-based radio telescopes forged through international collaboration — was designed to capture images of a black hole.

Visto che il premio attribuito è in riferimento al lasso temporale del secolo, meno che si abbiano doti di preveggenza, sarebbe quanto meno saggio riferirsi ad un secolo concluso. Non per altro, ma visto il ritmo vertiginoso della scoperta scientifica, come la mettiamo poi con la vicinissima pubblicazione di ectoplasmatici Kurt Cobain, madre Teresa e Che Guevara che se ne bevono un paio al tavolino del peggior bar di Alpha Centauri? È solo questione di tempo…e ciao ciao buco nero, fotografia del secolo!

Ad attribuire il premio all’immagine, poi, sono gli stessi autori, gli scienziati che sono riusciti a catturarla e ai quali siamo grati e riconoscenti riconoscendone ogni strabiliante merito; ma che è un po’ come dire che Albano, una volta scritta “Felicità” avesse spiegato al mondo intero che la canzone perfetta era infine stata scritta. E che sì – ovviamente – l’aveva scritta lui stesso medesimo.

Una considerazione di tipo tecnico va fatta invece sul come, alla fine, non si tratti di una vera e propria fotografia, bensì di una traduzione visuale di dati di estrazione diversa, in prima battuta di onde radio. E questo supera ogni tipo di comprensione, almeno per tutti quei vecchi arnesi ancora legati ad un rassicurante click!

Ma una cosa resta certa: quel misto di rigetto e fascinazione che attanaglia la bocca dello stomaco, una sorta di sgomento procurato dal guardare un’immagine che forse si intuisce più come specchio. Che con una vertigine, alla fine, parla di noi, della scintilla vitale che percepiamo bruciare nell’intimo e che ha a che fare, infine, con il suo spegnersi.

La stessa scienza che oggi ritrae un buco nero, già da un po’ spiega in maniera convincente che altro non siamo che ‘figli delle stelle’, e non in senso cantautorale. Se polvere ritorneremo, sarà polvere cosmica.

L’immagine del buco nero – questo buco nero – è la prova provata che a 55 milioni di anni luce da noi, il paradigma del vivere come lo conosciamo, si inverte.
Una massa di 65 milioni di soli si fa antimateria, sprofonda e collassa. Imbuto rovesciato, maelström spaziale.
Anche la luce si fa antiluce che è un concetto differente da buio. Si tratta del nostro anti, in senso assoluto, il ritratto di quello che forse diventeremo o che vorremmo diventare. La nemesi che ci attrae e ci respinge al contempo, un Mr. Hyde, un Prof. Moriarty che rapisce il visibile oltre un orizzonte degli eventi che sembra a sua volta uscito da un romanzo.

Per questo, che sia o meno del secolo, è un’immagine non semplice, di quelle che obbligano all’introspezione e alla riflessione. Quest’ultima merce sempre più rara per un pianeta che, da qualche anno, ha abdicato in via definitiva la comunicazione verbale a favore di quella visuale, promotrice di semplificazione e superficialità.

In ultima analisi, vengono ancora una volta confermate in maniera strabiliante le teorie sulla relatività ristretta e generale di Albert Einstein ad un secolo di distanza.
Va comunque ricordato alla comunità scientifica come tutto ciò ancora non spieghi ai non addetti ai lavori, perché Marty McFly si dissolva lentamente al posto di sparire di colpo (puf!) nei vari capitoli di Ritorno al futuro.
Confidando in una risposta, ci mettiamo in ascolto per altre immagini piovute dal cielo.