Buchi neri semi seri

di Pietro Vertamy

“Strade? Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade!”
Emmett “Doc” Brown. – Back to the future – 1985.

Prima immagine di un buco nero.
Distanze, dati, valori che fanno tremare i polsi. Anni luce come noccioline.
La stampa mondiale obnubilata dall’eccitazione, copia e incolla, diffonde e sottolinea febbrilmente ‘la fotografia del secolo’.
Alcune considerazioni a caldo sull’immagine in sé vanno fatte, poco poetiche e molto terrestri, ad onorare l’innegabile piacere della pedanteria e l’innegabile gusto per la facile polemica.

The Event Horizon Telescope (EHT) — a planet-scale array of eight ground-based radio telescopes forged through international collaboration — was designed to capture images of a black hole.

Visto che il premio attribuito è in riferimento al lasso temporale del secolo, meno che si abbiano doti di preveggenza, sarebbe quanto meno saggio riferirsi ad un secolo concluso. Non per altro, ma visto il ritmo vertiginoso della scoperta scientifica, come la mettiamo poi con la vicinissima pubblicazione di ectoplasmatici Kurt Cobain, madre Teresa e Che Guevara che se ne bevono un paio al tavolino del peggior bar di Alpha Centauri? È solo questione di tempo…e ciao ciao buco nero, fotografia del secolo!

Ad attribuire il premio all’immagine, poi, sono gli stessi autori, gli scienziati che sono riusciti a catturarla e ai quali siamo grati e riconoscenti riconoscendone ogni strabiliante merito; ma che è un po’ come dire che Albano, una volta scritta “Felicità” avesse spiegato al mondo intero che la canzone perfetta era infine stata scritta. E che sì – ovviamente – l’aveva scritta lui stesso medesimo.

Una considerazione di tipo tecnico va fatta invece sul come, alla fine, non si tratti di una vera e propria fotografia, bensì di una traduzione visuale di dati di estrazione diversa, in prima battuta di onde radio. E questo supera ogni tipo di comprensione, almeno per tutti quei vecchi arnesi ancora legati ad un rassicurante click!

Ma una cosa resta certa: quel misto di rigetto e fascinazione che attanaglia la bocca dello stomaco, una sorta di sgomento procurato dal guardare un’immagine che forse si intuisce più come specchio. Che con una vertigine, alla fine, parla di noi, della scintilla vitale che percepiamo bruciare nell’intimo e che ha a che fare, infine, con il suo spegnersi.

La stessa scienza che oggi ritrae un buco nero, già da un po’ spiega in maniera convincente che altro non siamo che ‘figli delle stelle’, e non in senso cantautorale. Se polvere ritorneremo, sarà polvere cosmica.

L’immagine del buco nero – questo buco nero – è la prova provata che a 55 milioni di anni luce da noi, il paradigma del vivere come lo conosciamo, si inverte.
Una massa di 65 milioni di soli si fa antimateria, sprofonda e collassa. Imbuto rovesciato, maelström spaziale.
Anche la luce si fa antiluce che è un concetto differente da buio. Si tratta del nostro anti, in senso assoluto, il ritratto di quello che forse diventeremo o che vorremmo diventare. La nemesi che ci attrae e ci respinge al contempo, un Mr. Hyde, un Prof. Moriarty che rapisce il visibile oltre un orizzonte degli eventi che sembra a sua volta uscito da un romanzo.

Per questo, che sia o meno del secolo, è un’immagine non semplice, di quelle che obbligano all’introspezione e alla riflessione. Quest’ultima merce sempre più rara per un pianeta che, da qualche anno, ha abdicato in via definitiva la comunicazione verbale a favore di quella visuale, promotrice di semplificazione e superficialità.

In ultima analisi, vengono ancora una volta confermate in maniera strabiliante le teorie sulla relatività ristretta e generale di Albert Einstein ad un secolo di distanza.
Va comunque ricordato alla comunità scientifica come tutto ciò ancora non spieghi ai non addetti ai lavori, perché Marty McFly si dissolva lentamente al posto di sparire di colpo (puf!) nei vari capitoli di Ritorno al futuro.
Confidando in una risposta, ci mettiamo in ascolto per altre immagini piovute dal cielo.

Ferragni, scansati!

di Chiara Oggioni Tiepolo

Poco tempo fa un amico fotografo, già vincitore di un paio di World Press Photo, mi confidò fra il divertito e il rammaricato che il post su Instagram che aveva riscosso il maggior successo era la foto di uno dei suoi gatti. Lui, così attento alla composizione dell’immagine, così studioso del colore, così impegnato nelle tematiche, così denso di contenuti, così sensibile nei confronti di grandi e piccole istanze, si è visto celebrare dalla rete per il ritratto di un felino. Caso isolato? Macché, sul gradimento direttamente proporzionale al numero di animaletti postati ci si potrebbe costruire un teorema matematico. Nessuno sfugge.

Princess Cheeto

Né è certamente un mistero che a “tirare” sulle grandi testate (nazionali e non) online siano soprattutto le famigerate gallery di gattini. Sequenze zuccherose di immagini che ci fanno emettere versetti poco edificanti e dimenticare che il mondo fa schifo. Su Facebook, fra le innumerevoli, spopola la pagina “Canini&Gattini”, i cui iscritti sono costretti a esprimersi cambiando la desinenza di tutte le parole in –ini, pena l’esclusione dal gruppo non priva di pubblico ludibrio (spesso addirittura di insulti).

Coby the cat

Poteva forse Instagram, il social fotografico per eccellenza, fare eccezione? Poteva mancare un esercito di pellicciose bestiole a minare l’impero di fashion blogger e maggiorate? Eccoci dunque nell’era del pet influencer (meglio ancora se cat-fluencer) dove gatti, cani, orsetti lavatori e animali di natura varia posano come sapienti modelli in set fotografici appositamente creati per loro.

Nala cat

I numeri parlano da soli del gradimento loro riconosciuto, tanto da trasformare il fenomeno da casalingo e amatoriale a semi se non del tutto professionale. Arrivano così sponsor, inviti, celebrazioni sempre più diffuse e coinvolgimenti in grandi campagne.

La finta campagna Prada con protagonista Grumpy Cat, ritenuta inizialmente verosimile dalla rete

Nell’era dell’autopromozione e della trasformazione del sé in un vero e proprio oggetto di marketing, un intero esercito silente, e probabilmente inconsapevole, si sta facendo strada a larghi passi restituendo ancora una volta una nuova frontiera dell’immagine. Chissà che quanto prima la pet photography non diventi una branca vera e propria dell’arte fotografica….

‘Bitter Leaves’ – Intervista a Rocco Rorandelli

di Valeria Ribaldi

Il fotografo Rocco Rorandelli del collettivo TerraProject ha lanciato sulla piattaforma di crowdfunding Kickstarter, la campagna per sostenere la realizzazione del libro Bitter Leaves, un volume che raccontare 10 anni di lavoro sull’industria globale del tabacco.

Valeria Ribaldi l’ha intervistato per capire come è nato e come si è sviluppato questo progetto.

Dipali Lohar durante la raccolta del tabacco a Nipani, India. Qui il 70% delle entrate fiscali derivano dal tabacco per bidi. In India, circa due milioni di persone sono impegnate nella raccolta delle foglie e 4,4 milioni di persone impiegate direttamente nel bidi. La natura informale di questo settore impedisce ai lavoratori di essere organizzati in sindacati.

C’è stato qualcosa di particolare, una vicenda o uno studio scientifico che ti ha portato a scegliere questa tematica nel 2008?

Bitter leaves nasce da una mia vicenda personale, la morte di mio padre per una malattia legata al fumo. Nei mesi successivi alla sua scomparsa lessi decine di report scientifici ed articoli sull’industria del tabacco. Mi resi conto che dietro l’apparente semplicità di una sigaretta c’era molto da raccontare: una realtà globale, che dà lavoro a milioni di persone ma che, al tempo stesso, fonda le proprie radici sullo sfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente. E questo è vero sia nelle economie emergenti che in Occidente. Fu in quel momento che capii come una vicenda personale poteva trasformarsi in un lavoro “universale”.

Questo lavoro è nato subito come un progetto a lungo termine?

Si, è un progetto che sin da subito decisi di declinare in modo approfondito, identificando le tematiche da trattare, i paesi che volevo visitare, e scrivendo un schema progettuale che mi avrebbe portato in America, Asia, Africa ed Europa.

Hai ricevuto finanziamenti per portare avanti un lavoro che è durato 10 anni?

I primi viaggi li ho realizzati senza alcun sostegno economico esterno, poi sono iniziati ad arrivare assignment, e la maggior parte dei finanziamenti li ho ricevuto dalle vendite dei vari capitoli che via via producevo, pubblicando su riviste italiane ed estere: Io Donna, L’Espresso, Newsweek, GEO France, Le Monde, Internazionale, ed altre. Per il capitolo svolto negli Stati Uniti, dove mi sono concentrato sul documentare l’esistenza di un racket di bambini senza documenti che lavorano per i grandi proprietari di terreni, ho ricevuto un grant dal ‘Fund for Investigative Journalism’. Poi l’OMS e varie ONG mi hanno sostenuto in vario modo.

La linea di produzione della fabbrica di sigarette Hongta a Yuxi, in Cina. L’azienda sostiene che questa è la linea di produzione di sigarette più avanzata al mondo, con robot completamente automatizzati e rollatrici italiani. Nello stabilimento di Yuxi vengono prodotte oltre 135 miliardi di stecche all’anno, coprendo il 12% della produzione totale della Cina.

Hai visitato moltissimi paesi, quali sono le differenze di approccio alle problematiche legate alla produzione e al consumo di tabacco nelle diverse aree geografiche?

In ogni paese che ho visitato mi sono concentrato su alcuni aspetti specifici dell’industria, permettendomi, una volta ultimato il progetto, di fornire una visione complessiva. 
In Indonesia  mi sono concentrato sui fumatori, specialmente quelli più giovani. Nel paese asiatico infatti il 41% dei bambini tra 13 e 15 anni fuma, ed il loro numero è raddoppiato negli ultimi 10 anni. L’Indonesia è uno dei pochi paesi che non ha firmato la convenzione per il controllo del fumo dell’OMS, il che significa che le sigarette costano poco e che la pubblicità è ancora permessa.
Negli USA ho documentato la presenza di bambini che lavorano nei campi di tabacco e che soffrono di un’intossicazione chiamata Green Tobacco Sickness. Inoltre gli Stati Uniti sono la culla della moderna industria del tabacco, e in Virginia e North Carolina viene celebrata con musei, ricostruzioni storiche e trasformazione di vecchie aree industriali.
In Italia ho lavorato sul mercato illecito delle sigarette, sugli effetti sulla salute dei fumatori, e sulla coltivazine di tabacco sia da sigarette che da sigari.
In Cina, primo produttore e consumatore di sigarette al mondo, ho voluto concentrarmi sull’aspetto industriale, sui centri di ricerca, sui parchi a tema che celebrano la storia del tabacco, ma anche sulle ridotte ricadute economiche per contadini e lavoratori.
In Bulgaria ho raccontato la storia della minoranza musulmana dei Pomacchi che vivono sui monti Rodopi e per i quali la coltivazione del tabacco rappresenta la principale risorsa economica ma che vengono sfruttati dagli intermediari, che sottopagano il prodotto.
In Nigeria, una delle economia a crescita più rapida, terreno fertile per le aziende di sigarette, l’industria del tabacco utilizza aggressive strategie di lobbying per evitare l’inasprirsi di leggi che controllano la diffusione del fumo.
In India invece la maggior parte dei fumatori – circa 120 milioni – utilizza beedi, sigarette fatte a mano in cui il tabacco è avvolto in una foglia di una specie vegetale locale. L’industria non è regolamentata dal governo centrale, e questo è alla base dello sfruttamento dei lavoratori stagionali e delle donne che rollano i beedi.

Tabacchi confiscati nell’ex manifattura tabacchi di Benevento.

Quanto conta la componente culturale ed educativa rispetto anche alle questioni economiche che sono legate alla produzione e commercializzazione del tabacco?

In Cina per esempio un programma della provincia di Yunnan ha sostenuto gli agricoltori che desideravano abbandonare la coltivazione di tabacco e passare ad altre colture, spesso creando cooperative. In questo modo gli introiti sono aumentati, così come la sicurezza alimentare. Questo ci fa capire che l’educazione è importante, ma anche l’esistenza di politiche che favoriscano lo sviluppo. Lo stesso vale per la commercializzazione del tabacco. Vanno messe in atto politiche di controllo, oltre a programmi di educazione alla salute e al consumo critico.

Come è nata la collaborazione con Judith Mackey e che ruolo ha nel tuo libro?

Judith è una delle autrice del Tobacco Atlas, il più esaustivo studio sull’industria globale del tabacco. Sin da subito i suoi suggerimenti hanno guidato la mia ricerca, ed il suo coinvolgimento nel progetto editoriale mi è sembrato la naturale continuazione della nostra collaborazione. Tutte le infografiche sono nate sotto la sua guida e con lei abbiamo revisionato tutte le didascalie, assicurandoci che fossero corrette e presentassero dati e stime recenti.

Pacifici Serenella, 71 anni, nel reparto di chirurgia dell’Istituto Europeo di Oncologia, in attesa di essere operata per un cancro ai polmoni.