Mostre come sequenze ad Arles

Fotografie di Gian Piero Corbellini

Testo di Luca Nizzoli Toetti

 

Terzo dispaccio da Les Rencontres de la Photographie di Arles, il festival di fotografia più importante del mondo, che resterà visitabile nella cittadina francese fino al 22 settembre 2019.

fotografia di Gian Piero Corbellini

Tra mostre ufficiali, mostre autoprodotte, mostre improvvisate, mostre off, mostre off off, affisioni abusive e altre migliaia di fotografie appese ovunque, non è facile distinguere, qui ad Arles, su cosa valga la pena confrontarsi e su cosa no. Il Festival quello ufficiale presenta però un programma con le idee chiare a cui noi ci affidiamo con fiducia, venendo ripagati con la moneta della qualità, quantomai rara.

Diviso in sezioni apparentemente diversissime ma in realtà complementari, che affrontano i temi del vivere e del sopravvivere in molteplici declinazioni visive, il Festival di Arles apre il suo programma cartaceo e online con 5 mostre dedicate al corpo. “Mon corps est une arme” (Il mio corpo è un arma) è il nome della sequenza (così viene definita), composta da 5 esposizioni che si accompagnano a un sottotitolo comune: Esistere, Resistere, Fotografare. Questo primo gruppo dialoga, a nostro avviso in modo perfetto, con la sequenza “Living” ovvero come recita il sottotitolo “Inventario degli spazi domestici”. Perchè se è vero che il corpo è la nostra fisicità, la prova stessa della nostra esistenza, la nostra coscienza che si fa sangue e sudore, piacere e tormento, è anche vero che il guscio in cui tentiamo di proteggere tutto ciò che ci rende vivi è lo spazio che scegliamo, ognuno a sua immagine e somiglianza, come spazio domestico. In questo intreccio fra corpi e spazi, tra vite e vita, emergono nel contesto espositivo, e sono da vedere di sicuro la mostra di Libuše Jarcovjáková, Evokativ, presso la Chiesa di Santa Anna; La Movida, Chronique d’une agitation, 1978-1988 presso il Palais de l’archeveche; “Home sweet home, la maison britannique, une histoire politique” presso la Maison des Peintres a cui strizza l’occhiolino The House, mostra di The anonymous project sempre nello stesso luogo.
Libuše Jarcovjáková scatta con semplicità e lucidità la sua vita nella Cecoslovacchia comunista tra il 1970 e il 1989: strada, notte, sesso, alcol, amore, depressione. Le imperfezioni della vita, quando vengono raccontate con onestà diventano testimonianza storica e il lavoro di Libuše va con naturalezza ad appaiarsi al ben più celebrato reportage di vita vissuta di Nan Goldin. Un bianco e nero talentuoso e ricco di atmosfera che sono l’ideale per immergersi poi nella Movida post-franchista, documentata da 4 fotografi Alberto García-Alix (1956), Ouka Leele (1957), Pablo Pérez-Minguez (1946-2012), Miguel Trillo (1953); che hanno fatto parte e partecipato alla liberazione individuale e collettiva, dopo la dittatura terminata nel 1975 in Spagna, denominata Movida. Come diceva Pérez-Minguez: “Dove tre persone condividono il desiderio di fare qualcosa insieme, c’è una movida”. Concetto che descrive perfettamente ciò che prima, durante la dittatura di Francisco Franco, non si poteva fare: mettersi insieme e condividere, partecipare a momenti di spontaneità, a volte esagerare. L’atmosfera di questa onda culturale e controculturale spagnola è descritta in modo impeccabile sia dall’allestimento che dalle fotografie.

Movida – fotografia di Gian Piero Corbellini

“Home sweet home, la maison britannique, une histoire politique” celebra l’attaccamento degli inglesi alla casa e al concetto di comfort, attraverso il lavoro di 30 fotografi d’oltremanica che in diverse epoche, ognuno con la sua indole, hanno raccontato attraverso la documentazione delle mura domestiche, la cultura, la società, i tic dei britannici. Come sfogliare un catalogo d’autore di case in vendita, corredate spesso da particolari, da ritratti di proprietarie inquilini, da pezzi di vita che si, in effetti, come recitava il titolo di una vecchia mostra di Ray-Jones e Parr: “Only in England”!
Come dicevamo, a strizzare l’occhio a questa esposizione e nella stessa location (come dicono appunto gli inglesi), c’è la mostra “The House”. Nata dalla raccolta di fotografie amatoriali trovate e ritrovate del regista Lee Schulman, animatore di The Anonymous Project, questo allestimento superdivertente ci fa riscoprire una memoria collettiva che sta per scomparire. Diapositive su visori luminosi, lightbox e stampe inserite in un allestimento che riproduce fedelmente l’interno di una casa piccolo borghese del secolo scorso, direi intorno ai ’60: queste immagini senza autore diventano istantaneamente, così come sono state scattate, il diario caleidoscopico di un’era, una società, della nostra vita analogica, oramai quasi dimenticata. La generosa presenza di ventilatori funzionanti all’interno degli spazi espositivi, rende ancora più apprezzabile la visita.

The House

The House – fotografia di Gian Piero Corbellini

The House

The House – fotografia di Gian Piero Corbellini

The House

The House – fotografia di Gian Piero Corbellini

Arriva la sera e la movida arlesiana tenta di decollare, ma forse siamo noi a essere stanchi e ebbri di fotografia, tanto da non volerne più sentir parlare, almeno fino a domani mattina, quando andremo a visitare Temple e Cosmos, i due spazi del Festival dedicati ai libri: il primo nuovo e ufficiale, il secondo storico e informale. 

Vedremo dove riusciremo a usufruire meglio della possibilità di guardare, sfogliare, annusare il luogo sacro in cui fotografi ed editori esprimono il meglio della loro arte: il libro fotografico.

fotografia di Gian Piero Corbellini

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